Adalberto Abbate

Adalberto Abbate

Azione Abusiva, 2013

Otto piloni in cemento armato di una costruzione che ha smesso di salire, come in un sogno futurista interrotto sul nascere. Resti archeologici indicatori di un difetto contemporaneo, si trasformano oggi nell’azione poetica di un uomo costretto a costruirsi un mondo accogliente per affrontare la violenza di una natura perturbante, di una vita ingiusta, di un’umanità sempre più disumana. Perché in questo nuovo mondo edificato per i pochi, i giusti e i forti sono soli, impauriti, abusivi per necessità. Architetture tronche nel paesaggio come templi greci, segnano e raccontano il nostro doloroso passaggio ma ci avvicinano a tutte quelle leggendarie divinità dell’Olimpo che, come noi, hanno perso il futuro.

Un pensiero su made in filandia:

MADEINFILANDIA è come un luogo deve essere, catalizzatore d’energia di un presente carico di verità nel quale è assente la menzogna della contemporaneità.

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Adalberto Abbate, Azione Abusiva, 2013

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Adalberto Abbate, Azione Abusiva, 2013

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Adalberto Abbate, Azione Abusiva, 2013

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Adalberto Abbate, Azione Abusiva, 2013

Stefano Arienti

Studio per Stimmung, 2014

Tra intimità ed esposizione, tra piscina e passeggiata erpetologica.

Con gli amici a fare da modello per i calchi inconsistenti e le foto barbute.Nella settimana più calda meglio stare a mollo o ad ascoltare CD.


I calchi di pellicola alluminio, volanti e volati via, alla fine sono finiti su uno scaffale, passando anche dalla finestra del bagno. Mentre registrazioni rare, inascoltate e inascoltabili stavano pazienti a farsi sentire dal mio antidiluviano G4 con poltrona.

P.S. anche al volante, a caccia di insetti con Betta e al vocalizzo  alternato al fischio.

Stefano Arienti, 2014, Studio per Stimmung

Stefano Arienti, 2014, Studio per Stimmung

Stefano Arienti, 2014, Studio per Stimmung

Stefano Arienti, 2014, Studio per Stimmung

Stefano Arienti, 2014, Studio per Stimmung

Stefano Arienti, 2014, Studio per Stimmung

Stefano Arienti, 2014, Studio per Stimmung

Stefano Arienti, 2014, Studio per Stimmung

Stefano Arienti, 2014, Studio per Stimmung

Stefano Arienti, 2014, Studio per Stimmung

Stefano Arienti, 2014, Studio per Stimmung

Stefano Arienti, 2014, Studio per Stimmung

Stefano Arienti, 2014, Studio per Stimmung

Stefano Arienti, 2014, Studio per Stimmung

Stefano Arienti, 2014, Studio per Stimmung

Stefano Arienti, 2014, Studio per Stimmung

Stefano Arienti, 2014, Studio per Stimmung

Stefano Arienti, 2014, Studio per Stimmung

Sergia Avveduti

Daniele Bacci

Daniele Bacci

Senza titolo (Scala), 2012

 

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Daniele Bacci, Senza titolo (Scala), 2012

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Daniele Bacci, Senza titolo (Scala), 2012

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Daniele Bacci, Senza titolo (Scala), 2012

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Daniele Bacci, Senza titolo (Scala), 2012

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Daniele Bacci, Senza titolo (Scala), 2012

Bruno Baltzer

Bruno Baltzer

APPARIZIONI: APPARSI, APPARVERO e appariranno, 2013

un progetto di Bruno Baltzer e Leonora Bisagno

1. apparizione : la terra promessa
terra di Siena su salnitro
Deposizione di pigmento (terra naturale di Siena) sul salnitro della stanza principale in basso della Filanda.

2. apparizione : qui è stato visto un quadrifoglio
4 paletti, banderuola rossa e bianca, catenella rossa e bianca
zona di prato delimitata, in cui si è visto in questi giorni un quadrifoglio.

3. apparizione : la madonna col bambino (è femmina)
apparizioni tra venerdì e domenica a Pieve a Presciano. Immaginette 10 x 6,67 cm.

4. apparizione : lo squarcio
poster, 82 x 143 cm
Piove, ma c’è sempre speranza. Da una finestra della Filanda.

5. apparizione : se ne va
sedie, tappeto, due pali, banner 110 x 210 cm, biglietti. Con la partecipazione di Sauro Cardinali e Francesco Pucci. Alle 18.30 lo spettacolo del tramonto del sole. In memoria di “Miracolo a Milano”. E giorno fu, là dove tramonta il sol.

APPARIZIONI: APPARSI, APPARVERO e appariranno è diventata la nostra storia a Made in Filandia. Arrivati senza un progetto, Bruno ed io, con Lola Jane, ci siamo accinti a questa bella avventura. Accolti con calore e generosità il nostro procedere senza proposito ci ha spinti a cogliere impressioni così come venivano e si presentavano al nostro sguardo. Apparizioni si susseguivano ad ogni nuovo istante. La natura autunnale ci abbracciava. Gli animali erano con noi. I sogni pure. E già, gli amici ancora sconosciuti. Sguardi profondi e sorrisi. Battute divertenti e intense riflessioni.

E così, da poco arrivati, il preannunciato cataclisma del fine settimana, già pesava, e uno squarcio celeste, si è posato fin da subito, là, da dove, comodamente seduti lo avevamo intravisto. Giorno e notte lo abbiamo atteso. Apparizione : lo squarcio è un poster fine e trasparente, che collocato sul vetro da cui lo squarcio è stato fotografato, appare, secondo la luce presente, dall’esterno e dall’interno.

Terra di Siena, volatile e leggera si è posata sul rilievo di salnitro sul muro della pista da ballo. E ad ogni passo vibrante e eccitato la terra tracciata si disperdeva in cammini liberi. La terra promessa evoca l’evanescenza e parimenti che ogni terra è promessa. (apparizione : la terra promessa)

Lola Jane ci ha espresso a modo suo di aver visto un quadrifoglio.
Alla ricerca del senso di un’apparizione, più che della sua veridicità, abbiamo delimitato la piccola area di trifogli di questa apparizione per facilitare la condivisione di questa ricerca di bonheur. (apparizione : qui si è visto un quadrifoglio).

La nostra specifica esperienza di famiglia, ci ha visti vivere questa residenza in modo alquanto originale. Lola Jane sempre nelle braccia, abbiamo rivisitato Madonne toscane, settentrionali e d’oltralpe, che emergevano alla nostra memoria insieme a storie più o meno note di celebri apparizioni. Presenze inattese, per pochi, si sono così susseguite in quei giorni nell’area di Pieve a Presciano. Immaginette sono state donate a coloro che, increduli, avevano mancato un’apparizione.  Per poi scoprire, infine, che è femmina. (apparizione : la madonna col bambino (è femmina))

Apparizione: se ne va prende ispirazione da una meravigliosa scena di “Miracolo a Milano” di Vittorio De Sica, in cui, per solo una lira, tutti possono accomodarsi per ammirare l’incanto del tramonto. Da questa immagine in cui un fenomeno naturale diventa cinema, un duplice spettacolo si è verificato alla Filanda, per dei spettatori-attori e degli spettatori-spettatori. Tra l’idea di disparizione e apparizione, con la complicità di Sauro Cardinali e di Francesco Pucci il sole di Pieve a Presciano si è levato per tre giorni là dove tramonta il sol.

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Bruno Baltzer e Leonora Bisagno, apparizione : se ne va, 2013

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Bruno Baltzer e Leonora Bisagno, apparizione : la terra promessa , 2013

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Bruno Baltzer e Leonora Bisagno, apparizione : se ne va, 2013

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Bruno Baltzer e Leonora Bisagno, apparizione : se ne va, 2013

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Bruno Baltzer e Leonora Bisagno, apparizione : qui è stato visto un quadrifoglio, 2013

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Bruno Baltzer e Leonora Bisagno, apparizione : la madonna col bambino (è femmina), 2013

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Bruno Baltzer e Leonora Bisagno, apparizione : la madonna col bambino (è femmina), 2013

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Bruno Baltzer e Leonora Bisagno, apparizione : la madonna col bambino (è femmina), 2013

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Bruno Baltzer e Leonora Bisagno, apparizione : la madonna col bambino (è femmina), 2013

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Bruno Baltzer e Leonora Bisagno, apparizione : la madonna col bambino (è femmina), 2013

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Bruno Baltzer e Leonora Bisagno, apparizione : lo squarcio, 2013

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Bruno Baltzer e Leonora Bisagno, apparizione : se ne va, 2013

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Bruno Baltzer e Leonora Bisagno, apparizione : la terra promessa, 2013

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Bruno Baltzer e Leonora Bisagno, apparizione : se ne va, 2013

Francesca Banchelli

Francesca Banchelli

Untitled (Sasso Alieno), 2012

Untitled (Sasso Alieno) consiste nel posizionamento sugli argini di un lago vicino a Pieve a Presciano, di un falso meteorite prelevato da una cava di roccia rossa e azzurra, e da una serie di stampe fotografiche in bianco e nero eseguite da mio padre, ex fotografo paesaggista, nonché abitante della zona Valdarno. Attraverso le sue inquadrature egli ha così riletto personalmente l’opera, creandone un nuovo livello e un nuovo significato. Durante l’azione, “il fotografo” ha camminato intorno al meteorite, scorgendolo di nascosto o mantenendo sempre una certa distanza, senza ritrarre la pietra da vicino ma inglobandola nel paesaggio circostante.
Il lavoro affonda le radici sui diversi piani di lettura dell’opera, che ho affrontato riflettendo sul rapporto di lontananza e di rispetto che si instaura col tempo tra padre e figlio. Il meteorite si posiziona simbolicamente proprio al centro della diatriba e innesca un dialogo tra le due figure essendo il fulcro della loro comunicazione. La serie di 27 stampe fotografiche è una versione che ricrea una superficie distaccata dell’intervento stesso, incorporando in sè il concetto di “meteorite”, nonché il compimento dell’opera il cui “nuovo” punto di vista è sconosciuto all’artista e più vicino ad una possibile rilettura “esterna”.
Le immagini sono state scattate, sviluppate e stampate durante il giorno del posizionamento della pietra. Esse sono state scelte e installate grazie all’aiuto degli artisti presenti durante Madeinfilandia 2012, e la loro disposizione negli spazi della Filanda cambiava ogni giorno.

Chiedi a Orlando, 2012
Performance

Due cavalieri irrompono a galoppo nella pista di atterraggio della Filanda. Lentamente si fermano e iniziano a compiere enigmatici percorsi. Il pubblico viene attratto e inizia ad avvicinarsi per cercare di capire cosa sta succedendo; ma ogni volta che i visitatori tentano di fermarsi al loro cospetto (posizionandosi così nel luogo di “pubblico”) i due fuggono a galoppo ricominciando i loro misteriosi circoli in un punto diverso della pista. Il pubblico ad un certo punto si ferma, e rimane spaesato; così i due performers ritornano indietro a galoppo smistando le persone in vari piccoli satelliti nello spazio. Il lavoro riflette sulla performance non tanto come fenomeno di presentazione di un’azione, ma sulla sua capacità, come evento, di creare spazi, tra cui lo spazio del pubblico e quello dei performers. In linea con il concetto di “danza assoluta”, questa capacità non è soltanto limitata ai performers ma anche ai visitatori stessi con l’incertezza dei loro movimenti; per questo i due cercano di scatenare un’azione che innesca continuamente l’inizio e la fine di un discorso, dettato dai movimenti delle due entità (pubblico e performers) e alla creazione delle loro aree.

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Francesca Banchelli, Untitled (Sasso alieno) e Chiedi a Orlando, performance, 2012

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Francesca Banchelli, Untitled (Sasso alieno) e Chiedi a Orlando, performance, 2012

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Francesca Banchelli, Untitled (Sasso alieno) e Chiedi a Orlando, performance, 2012

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Francesca Banchelli, Untitled (Sasso alieno) e Chiedi a Orlando, performance, 2012

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Francesca Banchelli, Untitled (Sasso alieno) e Chiedi a Orlando, performance, 2012

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Francesca Banchelli, Untitled (Sasso alieno) e Chiedi a Orlando, performance, 2012

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Francesca Banchelli, Untitled (Sasso alieno) e Chiedi a Orlando, performance, 2012

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Francesca Banchelli, Untitled (Sasso alieno) e Chiedi a Orlando, performance, 2012

Davide Bertocchi

Davide Bertocchi

Luca Bertolo

Strilli e altro, 2010

Da lontano udiamo uno strillo: non cerchiamo di decifrarne il senso (logico), c’immaginiamo piuttosto i motivi. Strilli son detti anche quei fogli quotidianamente incorniciati davanti alle edicole (altri li chiamano civette ) che “urlano” frasi col massimo d’effetto e il minimo d’ingombro. Servono a vendere i giornali, blandendo la più famelica curiosità del passante. Di questo materiale m’interessava molto l’estrema economia di mezzi (dunque la forma), per nulla il valore comunicativo (il contenuto). Proprio i limiti di queste locandine (vocabolario ristretto, uniformità tipografica) mi hanno stimolato a reciclarle alla ricerca di una scrittura che viaggiasse in tutt’altre direzioni. Ecco, appunto: per me l’informazione quotidiana è propriamente una materia che se non va direttamente all’inceneritore può essere intelligentemente raccolta, differenziata, e, mettendoci un poco di cuore, riutilizzata – senza più ansie da data di scadenza.
Invitato alla residenza nella Filand(i)a, ho composto al volo, come in una sessione a porte chiuse di poetry slum, alcuni di questi strilli. Mentre tagliavo e incollavo ripensavo a quella faccenda di Deleuze che diceva che l’arte non ha niente in comune con la comunicazione; e che se c’è una tendenza generale dell’arte, è quella di resistere: al tempo, all’interpretazione, al conformismo, alla morte…
Come contrappunto all’altisonanza delle parole ho infine deciso di fare il ritratto a due piccoli insetti morti. Ce n’è a centinaia in una grande casa di campagna; generalmente li si trova in prossimità delle finestre chiuse – basta farci caso. Eccoli lì, stecchiti, distesi su un lato o a zampe in su. Bisogna guardarli bene, per capirli. Copiarli è sempre una buona scusa.
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Luca Bertolo, Strilli, 2010

Luca Bertolo, Strilli, 2010

Luca Bertolo, Strilli, 2010

Luca Bertolo, Strilli, 2010

Luca Bertolo, Strilli, 2010

Luca Bertolo, Strilli, 2010

Luca Bertolo, Strilli, 2010

Luca Bertolo, Strilli, 2010

Luca Bertolo, Strilli, 2010

Luca Bertolo, Strilli, 2010

Luca Bertolo, Strilli, 2010

Luca Bertolo, Strilli, 2010

Luca Bertolo, Strilli, 2010

Luca Bertolo, Strilli, 2010

Luca Bertolo, Strilli, 2010

Luca Bertolo, Strilli, 2010

Luca Bertolo, Strilli, 2010

Luca Bertolo, Strilli, 2010

Luca Bertolo, Strilli, 2010

Luca Bertolo, Strilli, 2010

Luca Bertolo, Strilli, 2010

Luca Bertolo, Strilli, 2010

Luca Bertolo, Strilli, 2010

Luca Bertolo, Strilli, 2010

Luca Bertolo, Strilli, 2010

Luca Bertolo, Strilli e altro, 2010

Luca Bertolo, Strilli, 2010

Luca Bertolo, Strilli, 2010

Luca Bertolo, Strilli, 2010

Luca Bertolo, Strilli, 2010

Bianco Valente

Bianco-Valente

Leonora Bisagno

Leonora Bisagno

APPARIZIONI: APPARSI, APPARVERO e appariranno, 2013

Un progetto di Bruno Baltzer e Leonora Bisagno

1. apparizione : la terra promessa
terra di Siena su salnitro
Deposizione di pigmento (terra naturale di Siena) sul salnitro della stanza principale in basso della Filanda.

2. apparizione : qui è stato visto un quadrifoglio
4 paletti, banderuola rossa e bianca, catenella rossa e bianca
zona di prato delimitata, in cui si è visto in questi giorni un quadrifoglio.

3. apparizione : la madonna col bambino (è femmina)
apparizioni tra venerdì e domenica a Pieve a Presciano. Immaginette 10 x 6,67 cm.

4. apparizione : lo squarcio
poster, 82 x 143 cm
Piove, ma c’è sempre speranza. Da una finestra della Filanda.

5. apparizione : se ne va
sedie, tappeto, due pali, banner 110 x 210 cm, biglietti. Con la partecipazione di Sauro Cardinali e Francesco Pucci. Alle 18.30 lo spettacolo del tramonto del sole. In memoria di “Miracolo a Milano”. E giorno fu, là dove tramonta il sol.

APPARIZIONI: APPARSI, APPARVERO e appariranno è diventata la nostra storia a Made in Filandia. Arrivati senza un progetto, Bruno ed io, con Lola Jane, ci siamo accinti a questa bella avventura. Accolti con calore e generosità il nostro procedere senza proposito ci ha spinti a cogliere impressioni così come venivano e si presentavano al nostro sguardo. Apparizioni si susseguivano ad ogni nuovo istante. La natura autunnale ci abbracciava. Gli animali erano con noi. I sogni pure. E già, gli amici ancora sconosciuti. Sguardi profondi e sorrisi. Battute divertenti e intense riflessioni.

E così, da poco arrivati, il preannunciato cataclisma del fine settimana, già pesava, e uno squarcio celeste, si è posato fin da subito, là, da dove, comodamente seduti lo avevamo intravisto. Giorno e notte lo abbiamo atteso. Apparizione : lo squarcio è un poster fine e trasparente, che collocato sul vetro da cui lo squarcio è stato fotografato, appare, secondo la luce presente, dall’esterno e dall’interno.

Terra di Siena, volatile e leggera si è posata sul rilievo di salnitro sul muro della pista da ballo. E ad ogni passo vibrante e eccitato la terra tracciata si disperdeva in cammini liberi. La terra promessa evoca l’evanescenza e parimenti che ogni terra è promessa. (apparizione : la terra promessa)

Lola Jane ci ha espresso a modo suo di aver visto un quadrifoglio.
Alla ricerca del senso di un’apparizione, più che della sua veridicità, abbiamo delimitato la piccola area di trifogli di questa apparizione per facilitare la condivisione di questa ricerca di bonheur. (apparizione : qui si è visto un quadrifoglio).

La nostra specifica esperienza di famiglia, ci ha visti vivere questa residenza in modo alquanto originale. Lola Jane sempre nelle braccia, abbiamo rivisitato Madonne toscane, settentrionali e d’oltralpe, che emergevano alla nostra memoria insieme a storie più o meno note di celebri apparizioni. Presenze inattese, per pochi, si sono così susseguite in quei giorni nell’area di Pieve a Presciano. Immaginette sono state donate a coloro che, increduli, avevano mancato un’apparizione.  Per poi scoprire, infine, che è femmina. (apparizione : la madonna col bambino (è femmina))

Apparizione: se ne va prende ispirazione da una meravigliosa scena di “Miracolo a Milano” di Vittorio De Sica, in cui, per solo una lira, tutti possono accomodarsi per ammirare l’incanto del tramonto. Da questa immagine in cui un fenomeno naturale diventa cinema, un duplice spettacolo si è verificato alla Filanda, per dei spettatori-attori e degli spettatori-spettatori. Tra l’idea di disparizione e apparizione, con la complicità di Sauro Cardinali e di Francesco Pucci il sole di Pieve a Presciano si è levato per tre giorni là dove tramonta il sol.

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Bruno Baltzer e Leonora Bisagno, apparizione : la terra promessa, 2013

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Bruno Baltzer e Leonora Bisagno, apparizione : la terra promessa, 2013

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Bruno Baltzer e Leonora Bisagno, apparizione : se ne va, 2013

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Bruno Baltzer e Leonora Bisagno, apparizione : se ne va, 2013

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Bruno Baltzer e Leonora Bisagno, apparizione : se ne va, 2013

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Bruno Baltzer e Leonora Bisagno, apparizione : se ne va, 2013

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Bruno Baltzer e Leonora Bisagno, apparizione : se ne va, 2013

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Bruno Baltzer e Leonora Bisagno, apparizione : lo squarcio, 2013

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Bruno Baltzer e Leonora Bisagno, apparizione : qui è stato visto un quadrifoglio, 2013

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Bruno Baltzer e Leonora Bisagno, apparizione : la madonna col bambino (è femmina), 2013

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Bruno Baltzer e Leonora Bisagno, apparizione : la madonna col bambino (è femmina), 2013

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Bruno Baltzer e Leonora Bisagno, apparizione : la madonna col bambino (è femmina), 2013

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Bruno Baltzer e Leonora Bisagno, apparizione : la madonna col bambino (è femmina), 2013

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Bruno Baltzer e Leonora Bisagno, apparizione : la madonna col bambino (è femmina), 2013

Primoz Bizjak

Filanda, 2012

L’opera che presento è un piccolo lavoro che testimonia la mia presenza alla filanda. Una fotografia, un autoritratto davanti alla finestra che illumina l’interno. Una finestra ben presente nell’arte contemporanea Europea; la figura umana, davanti ad un paesaggio surreale illuminato con la luce notturna che riflette la luna; una cornice che non per caso richiama quella della pittura… Un piccolo esercizio senza troppi pretesti, che permette di essere interpretato da chi lo osserva in una maniera personale.
Comunque, la vera e propria opera era partecipare in un’esperienza di collettività. Conoscere, scambiare, condividere… esperienze sempre più difficili da provare in questa società che ha un continuo bisogno di produrre e consumare.

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Primoz Bizjak, La Filanda, 2012

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Primoz Bizjak, La Filanda, 2012

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Primoz Bizjak, La Filanda, 2012

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Primoz Bizjak, La Filanda, 2012

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Primoz Bizjak, La Filanda, 2012

Giovanni Blanco

Renata Boero

Sergio Breviario

Vincenzo Cabiati

Corner Wagner, 2013

Immagine della dormeuse di Wagner, dove si narra abbia composto La cavalcata delle Valchirie.
“Sdraiato immaginando una grande opera”.
Angolo=ricreazione ambiente wagneriano all’interno di incontro collettivo nella Filandia.
“Portare un pezzo del mio mondo nel mondo di altri”.
Federica Pamio

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Vincenzo Cabiati, Corner Wagner, 2013

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Vincenzo Cabiati, Corner Wagner, 2013

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Vincenzo Cabiati, Corner Wagner, 2013

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Vincenzo Cabiati, Corner Wagner, 2013

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Vincenzo Cabiati, Corner Wagner, 2013

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Vincenzo Cabiati, Corner Wagner, 2013

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Vincenzo Cabiati, Corner Wagner, 2013

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Vincenzo Cabiati, Corner Wagner, 2013

Luca Caccioni

Luca Caccioni

Pierluigi Calignano

Pierluigi Calignano

Dal taccuino degli appunti, 2011

Riempio lo spazio
Costruisco un mostro con il materiale che trovo
Oggetti che ruotano nello spazio con l’intervento degli altri residenti
Fare una struttura con cavi metallici e oggetti che trovo sul posto
Fare tante prove partendo da un solo foglio di cartoncino
Spostare gli oggetti un po’ per volta durante il tempo della residenza, documentare ogni passaggio
Un cavo sottolinea la relazione tra gli oggetti
Porto con me dei listelli di legno e tele nere
Porto tele grigie avanzate dal lavoro precedente
Porto scotch nero, cavo metallico, scotch azzurro, lampadine bianche e colorate, portalampade, cavo elettrico
Cerco una relazione tra gli oggetti della filanda
Cerco una relazione tra le persone
Espongo tutto al buio – al massimo accendo le mie lampadine
Pittura nera
Corda elastica
Carte argentate colorate
Cerco – creo relazioni
Porto un pensiero formale
Sul rapporto tra le forme e gli oggetti
Forse no, forse non basta
Mi metto a studiare sul posto – Trovo risposte sul posto
Chiedo il materiale che devono buttare
Uso le cassette di Madeinfilandia
Sarebbe bello fare tutto nero
Avanzi vanno bene
Parto dal materiale e vedo che succede
Porto tutto quello che sta fuori dentro e tutto quello che sta dentro fuori
Cerco un filo di luce che illumini la stanza da chissà dove
Non porto un oggetto
Vorrei portare un’azione

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Pierluigi Calignano, 2011, ph. Luca Calugi

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Pierluigi Calignano, 2011, ph. Luca Pancrazzi

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Pierluigi Calignano, 2011, ph. Pierluigi Calignano

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Pierluigi Calignano, 2011, ph. Pierluigi Calignano

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Pierluigi Calignano, 2011, ph. Pierluigi Calignano

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Pierluigi Calignano, 2011, ph. Pierluigi Calignano

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Pierluigi Calignano, 2011, ph. Pierluigi Calignano

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Pierluigi Calignano, 2011, ph. Pierluigi Calignano

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Pierluigi Calignano, 2011, ph. Pierluigi Calignano

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Pierluigi Calignano, 2011, ph. Lucia Fattorini

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Pierluigi Calignano, 2011, ph. Lucia Fattorini

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Pierluigi Calignano, 2011, ph. Pierluigi Calignano

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Pierluigi Calignano, 2011, ph. Pierluigi Calignano

Chiara Camoni

Chiara Camoni

Senza Titolo (artists in residence), 2010

Nastro adesivo, gesso, gomma, carta, creta azzurra.

Un grande salone, un pavimento quadrettato, un reticolo.
Una serie di impronte circolari concentriche e macchie sulle piastrelle.

Da lì nasce il lavoro.
Circoscrivo con il nastro di carta una porzione di spazio, a delimitare un mondo.
Poi colloco, sparsi, un insieme di elementi.

Una vecchia stampa di fine ottocento, che riproduce Nebulose.
Il calco in gesso di una scultura, un ritratto

Due accessi, due rettangoli di buio, due possibili direzioni.

E sparpagliate, come corpi celesti o grumi di magma, varie sculture in creta azzurra.
O meglio, delle – quasi – sculture. Materia colta in un processo che può essere allo stesso tempo, di aggregazione o disfacimento.

Chiara Camoni, 2010

Chiara Camoni, 2010

Chiara Camoni, 2010

Chiara Camoni, 2010

Chiara Camoni

Chiara Camoni, 2010

Chiara Camoni

Chiara Camoni, 2010

Chiara Camoni

Chiara Camoni, 2010

Chiara Camoni

Chiara Camoni, 2010

Chiara Camoni

Chiara Camoni, 2010

Chiara Camoni

Chiara Camoni, 2010

Tiziano Campi

Tiziano Campi

Stellafilanda, 2013

Una costa quella ligure verso il mare, una anatomia la mia da sotto l’ascella fino alla gamba, Alpi Marittime, il mare, montagne al mare, sassi di pietra, la Filanda….. Stellafilanda.

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Tiziano Campi, Stellafilanda, 2013

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Tiziano Campi, Stellafilanda, 2013

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Tiziano Campi, Stellafilanda, 2013

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Tiziano Campi, Stellafilanda, 2013

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Tiziano Campi, Stellafilanda, 2013

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Tiziano Campi, Stellafilanda, 2013

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Tiziano Campi, Stellafilanda, 2013

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Tiziano Campi, Stellafilanda, 2013

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Tiziano Campi, Stellafilanda, 2013

Canedicoda

Canedicoda

Pietro Capogrosso

Pietro Capogrosso

2010

Milva, La Filanda

Cos’è, cos’è
che fa andare la filanda
è chiara la faccenda
son quelle come me

E c’è, e c’è
che ci lascio sul telaio
le lacrime del guaio
di aver amato te

Perché, perché
eri il figlio del padrone
facevi tentazione
e venni insieme a te

Così, così
è un sospiro ed uno sbaglio
son qui che aspetto un figlio
e a chiedermi perché

Tu non vivevi senza me
Ahi l’amore, ahi l’amore
prima sapevi il perché
ahi l’amore che cos’è

Cos’è, cos’è
questa vita fatta ad esse
tu giri col calesse
ed io non c’è l’ho

Cos’è, cos’è
questo padre che comanda
mi vuole alla filanda
ma non insieme a te

Cos’è, cos’è
questa grande differenza
se non facevi senza
di questi occhi miei

Perché, perché
nella mente del padrone
ha il cuore di cotone
la gente come me

Tu non vivevi senza me
Ahi l’amore, ahi l’amore
prima sapevi il perché
ahi l’amore che cos’è

Ormai lo so
tutto il mondo è una filanda
c’è sempre chi comanda
e chi ubbidirà

Però, però
se l’amore si fa in due
di queste colpe sue
ne ho anch’io la metà

Tu non vivevi senza me
Ahi l’amore, ahi l’amore
prima sapevi il perché
ahi l’amore che cos’è

Ahi l’amore
Ahi l’amore che cos’è…

Pietro Capogrosso, 2010

Pietro Capogrosso, 2010

Pietro Capogrosso, 2010

Pietro Capogrosso, 2010

Pietro Capogrosso, 2010

Pietro Capogrosso, 2010

Pietro Capogrosso, 2010

Pietro Capogrosso, 2010

Pietro Capogrosso, 2010

Pietro Capogrosso, 2010

Pietro Capogrosso, 2010

Pietro Capogrosso, 2010

Pietro Capogrosso, 2010

Pietro Capogrosso, 2010

Pietro Capogrosso, 2010

Pietro Capogrosso, 2010

Mirko Canesi

Mirko Canesi

Sauro Cardinali

Andiamo a Casa, 2012

Sento come in un’eco, di ritorno, la voce cantilenante dell’esitazione; che come in un sortilegio superstizioso avverte il tempo, permanentemente in divenire, allarmandolo e fecondandolo per mezzo di un particolare carattere di contrasto: il paradosso.
Eccomi allora con i pensieri e il corpo tra le mani, intento in un’operosità immobile, non in stallo, ma trascinato dentro il vortice cangiante dell’immaginazione in abbandono (abbandonato?!). In balia di un’eccedenza dell’immagine in azione, che suicida le proprie aspettative, liberata del fine, ma in ostaggio, ancora, della fine.
Come quando il sogno comincia a espellere il suo sognatore.

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Sauro Cardinali, Andiamo a casa, 2012

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Sauro Cardinali, Andiamo a casa, 2012

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Sauro Cardinali, Andiamo a casa, 2012

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Sauro Cardinali, Andiamo a casa, 2012

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Sauro Cardinali, Andiamo a casa, 2012

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Sauro Cardinali, Andiamo a casa, 2012

Francesco Carone

La Canzone di Orlando, 2012

I libri non vanno per forza letti…
Questi ti chiamano quando è il momento e tu gli devi girare intorno. Il titolo di alcuni di questi ti rimbomba nella testa. Pensi di comprarli, poi non è mai l’occasione giusta.
Ti chiedi quando potrai leggerli e loro continuano a chiamarti. Ti scopri a ripeterne il titolo fra te e te come fosse un mantra…vai su internet a leggerne la trama.
Magari leggi i commenti, la critica e poi la vita dell’autore
Ti appassioni ai personaggi; ne leggi gli estratti o le citazioni più note.
La confidenza con questo testo non ancora neppure acquistato, continua a crescere.
Lo senti tuo e lo ami prima ancora di averne aperto le pagine.

In un pomeriggio grigio e insignificante, in giro per le vie in cerca di qualcosa di totalmente diverso, ti soffermi di fronte alla vetrina di una libreria.
Inizia a piovere e decidi di entrare per passare venti minuti e aspettare che smetta.
Non hai in testa nulla di preciso ma ruotando lo sguardo attorno, eccolo!
Tutto ti torna a mente compresa la voglia di farlo tuo. E’ arrivato il momento.
Lo afferri e lo sfogli velocemente facendo finta di valutare se acquistarlo oppure no.
Ma dentro di te già sai.
Ti avvii veloce alla cassa per pagare ed il tuo ego ti sussurra di domandarti cosa starà pensando la ragazza carina alla cassa di te che stai comprando un libro in quel modo, di quel genere.
D’altonde ti senti unico. L’unico che conosce il valore di quelle pagine ancora non lette; e le porgi orgogliosamente i soldi sul banco come per risponderle in modo spavaldo che non sei nuovo a tali acquisti. Quando poi lei, svogliatamente ti chiede se desideri un pacchetto, se è un regalo, tu rispondi fiero -’no grazie…è per me!’ ed esci fiero scordandoti della pioggia che nel frattempo è addirittura aumentata.
Appena a casa ne leggi subito le prime pagine. Fantastiche. Lo annusi addirittura tra le pagine. Lo usmi perchè ti entri rapidamente dentro. Perché tutti quei segni d’inchiostro, quelle formichine nere che si affannano sul bianco di tutte quelle pagine, più velocemente possibile ti arrivino a colonizzarti i polmoni. Ne facciano il loro nido, la loro fortezza! E da li nel cuore, in gola, nella testa e nello stomaco. Lo vorresti mangiare!

Capita spesso però che poi rimanga là…che tutta quell’energia svanisca.
Che tutta quella bramosia si allenti e che il libro rimanga per settimane sul comodino accanto al letto, relegato idealmente a farti da compagnia nel prendere sonno…triste fine per un capolavoro!
La sera sei stanco, il mattino seguente devi svegliarti presto o forse la notte tra le lenzuola hai di meglio da fare.
Quindi rimane là per altre settimane fino a quando un giorno decidi di inserirlo tra gli altri suoi simili collezionati sullo scaffale.
Lo impugni stringendolo tra le dita coprendo così la costola ed il titolo con la mano, quasi per vergogna o pudore ed inizi a inserirlo nella libreria.
Quando hai quasi fatto e le dita non possono ormai più tenerlo, sei però costretto a completare gli ultimi due centimetri che mancano al totale allineamento del libro con gli altri già presenti, pressando sulla costola con il palmo della mano…ed ecco che in quel preciso istante, come in un lampo, ti accorgi di quanto sia stato importante per te quel libro.
Abbassi il braccio fissando adesso il titolo in modo sicuro stupendoti di quanto tu sia riuscito ugualmente a berne il contenuto. A nutrirti del suo profondo significato pur avendolo solamente sfogliato. Pur avendone letto solamente frasi sparse.
Piccole parti, magari mai la fine. O forse solo quella!

Ti resterà per sempre dentro ed insieme a lui rimarrà il ricordo di quel lasso temporale.
Del periodo della tua vita in cui avesti a che fare con quel testo. Legati indissolubilmente l’uno all’altro; nella tua mente e nei tuoi ricordi, visionari o reali che siano. Alimentati dalla speranza, dal rimpianto o dal sorriso. Per sempre in te, pagine rilegate tra di loro ed al tuo essere stato.

Più tardi la tua parte razionale e giudiziosa ripeterà più di una volta di completarne la lettura. Ti invoglierà a riprenderlo e a dargli la dignità che merita facendotene fare l’uso giusto per il quale è stato creato; ma non lo farai mai.
A tutte le persone ne parlerai però come se tu lo avessi invece davvero letto.
Ne racconterai appassionatamente i pochi passi che conosci. Gestirai il poco che hai studiato in maniera sublime shakerandolo con il tanto che hai annusato, toccato, creduto e sentito!
E tutti ci crederanno, tutti ne sapranno meno di quanto ne sai tu, perché lo avranno solamente letto.
Perché avranno dato importanza al solo scritto e non all’energia che ne tiene insieme lettera con lettera, pagina con pagina, frase con frase…capitolo con capitolo.
Perché loro non riusciranno neppure a immaginare che esiste un metodo per apprendere le cose diverso dall’unico che conoscono.
I libri non vanno per forza letti…vanno ‘sentiti’.

Dio voglia, non esiste mai un solo modo  per fare le cose. In nessun campo.
Le cose possono esser affrontate in modo razionale come ci hanno insegnato, come la società e la morale vogliono…come vogliono i nostri genitori, i nostri amici; come insegna la televisione, lo stato, la religione e la gente tutta.
Oppure si può trovare un modo nostro. Un modo originale che si confaccia alla nostra forma mentale e ai nostri bisogni. Un metodo la cui giustizia, l’efficacia ed il valore siano compresi solo da noi o che almeno sia fatto apposta per noi. Giusto per noi.
Un sistema che si possa applicare a tutto e a tutte le cose che affrontiamo nella vita.
Attraverso l’energia che dorme nelle cose. Attraverso la loro poesia profonda.
Una comprensione che passa in maniera inspiegabile da una parte all’altra come per magia o per fede.
Come per Amore.

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Francesco Carone, La canzone di Orlando, 2012

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Francesco Carone, La canzone di Orlando, 2012

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Francesco Carone, La canzone di Orlando, 2012

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Francesco Carone, La canzone di Orlando, 2012

 

 

Eclissi, 2010
secchi di latta saldati.

La seconda eclissi, 2010
secchio di latta e lampada da tavolo.

Una volta riempito d’acqua, un secchio come del resto ogni altro contenitore, rappresenta un bacino.
Affacciandovisi dentro, ci sporgiamo su un piccolo mare ignoto dove i bordi sono le coste e la culatta i fondali. Potrà essere popolato, navigato, cantato e misurato come ogni altro mare. Qui le leggi della fisica saranno le stesse che agiscono negli altri mari. Sarà increspato dal vento e avrà gorghi e tempeste. Durante le bonacce, come ogni altro mare rifletterà le luci del cielo, le luci dell’uomo ed il suo aspetto. Quando agitato, sarà invece lo specchio per la nostra anima.
Ma mentre un mare, senza acqua sarà un paesaggio, un secchio svuotato potrebbe anche essere un cavallo per solcarne l’estensione.
E dicendo così salgo nelle regioni delle montagne di ghiaccio e mi perdo per non tornare mai più.

 

Francesco Carone, 2010

Francesco Carone, Eclissi e La seconda eclissi, 2010

Francesco Carone, 2010

Francesco Carone, Eclissi e La seconda eclissi, 2010

Francesco Carone, 2010

Francesco Carone, Eclissi e La seconda eclissi, 2010

Francesco Carone, 2010

Francesco Carone, Eclissi e La seconda eclissi, 2010

David Casini

Trou, 2013

Trou, dal francese “buco”, è il titolo dell’intervento site-specific realizzato per “Made in Filandia” ad Arezzo. Il titolo è stato inspirato da una canzone di Serge Gainsbourg che parla di un personaggio che produce buchi di tutte le taglie, come faccio io in occasione di alcuni miei interventi in luoghi intrinsi di storia e fascino.
In questo caso, ho immaginato un piccolo foro, scoperto nel muro. Una minuscola caverna ricoperta di cristalli, la quale ricorda un’archeologia preziosa che la casa contiene e nasconde.

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David Casini, Trou, 2013

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David Casini, Trou, 2013

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David Casini, Trou, 2013

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David Casini, Trou, 2013

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David Casini, Trou, 2013

Antonio Catelani

Antonio Catelani

plein air / pas plein air, 2011

Berlin, 20.10.2011

Sono sempre stato incuriosito da quel segno bianco a tempera che, ben visibile sui vetri delle finestre appena montate nei cantieri edili, indica la presenza della superficie vetrata e al contempo attesta la divisione avvenuta tra interno ed esterno. In fondo una casa in costruzione è un po’ come una rovina ma al contrario: dove all’inizio, anziché alla fine, la permeabilità, la valicabilità delle soglie mette in osmosi l’interno con l’esterno, dove tutto è natura anche l’artificiale costruito dall’uomo. Quel segno dunque mette in guardia, rivela un’insidia invisibile e tagliente: ciò che prima era unito adesso è diviso!
Si è anche più volte detto che la pittura, il quadro, è una finestra sul mondo e quindi sulla natura… sulla realtà. Ma come va intesa questa affermazione, in mero senso mimetico oppure c’è dell’altro?

La “cancellazione del paesaggio” per mezzo di segni casuali ed automatici, tracciati a pennello con tempera bianca, sui vetri di una delle grandi finestre della Filanda, rende come già detto evidente la superficie trasparente: il diaframma che taglia fuori la natura e il paesaggio campestre. Al contempo tale gesto è altresì un “ri-dipingere” il paesaggio al di là del vetro, seppure senza mimesi alcuna. Il segno sul vetro, voluto e ricercato il più neutro possibile, assume suo malgrado connotazioni inattese, valenze estetiche inevase… irrisolte, che riconducono all’arbitrarietà del linguaggio dei segni grafici; ma ciò che qui più conta è che il paesaggio da orizzontale, nel senso della profondità, si eleva adesso grazie a questo “artificio pittorico” in verticale sulla superficie vetrata: si rovescia cioè verso l’interno abitato dall’uomo, nell’artificiale dell’arte e dell’investigazione teorico-estetica.

Ai lati della finestra in questione, in corrispondenza delle superfici murarie bianche, solide e opache, sono stati collocati due piccoli quadri neri, olio su tela, dipinti un po’ a distanza e un po’ per contatto attraverso telai serigrafici e appartenenti alla serie intitolata Assenze.
Qui il monocromo è riconfigurato sul precario confine tra immagine e oggettivazione del piano dove la verifica del piano fisico-pittorico, in solida relazione con quello ontologico, è spinta sino all’atto del toccare la superficie dipinta, gesto che sposta istantaneamente l’attenzione dalla sfera visiva a quella tattile annullando il dato cromatico. I neri o i grigi fissano con incisività l’assenza, la traccia inconsistente e in negativo di un atto dubitativo e la traccia che qui si nota su la tela è quindi la sola concreta evidenza di un accadimento.

Nell’uno come nell’altro caso La Superficie si rivela e assurge al ruolo di vero significante, più del segno sul vetro o della traccia sulla tela, sebbene sia per mezzo di essi, segni e tracce, che si palesa. Dal momento che l’immagine prodotta è priva di qualsiasi linguistica di segno o di rappresentazione è quindi l’atto del toccare per rendere evidente che svela il dato fisico oggettivo. Allora anche questo artificiale dell’arte in fondo è naturale… che più naturale non si può!
Ciò che è al di qua: racchiuso nel perimetro di quattro mura o dei quattro lati di una tela può essere ricondotto all’unità del paesaggio per corrispondenza e analogia.
Abbiamo così forse afferrato una possibile “maniglia” di senso… che apre quella finestra pur lasciandola chiusa, cosi che ciò che sembrava essere stato diviso adesso ci appare di nuovo unito.

 

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Antonio Catelani, plein air / pas plein air, 2011, ph. Beatrice El Asmar

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Antonio Catelani, plein air / pas plein air, 2011, ph. Luca Pancrazzi

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Antonio Catelani, plein air / pas plein air, 2011, ph. Luca Pancrazzi

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Antonio Catelani, plein air / pas plein air, 2011, ph. Luca Pancrazzi

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Antonio Catelani, plein air / pas plein air, 2011, ph. Claudio Maccari

Alice Cattaneo

Loris Cecchini

Struttura di Monologo, 2010

Sunspot Penumbrae, 2010

…una bolla in giardino, foglie rosse su tappeto erboso verde, l’odore dei funghi si amplifica nel volume d’aria nella Struttura di Monologo.
Corpo a corpo col vento in combattimento sulla sabbia instabile, disastri naturali come componente interattiva, doppio paesaggio dal monitor al tuo orizzonte variabile, meridiano della miopia.
E fuochi bambini tutto intorno, convocazione alla ricognizione sulla via del disegno.
Sunspot penumbrae. Cornice di diagrammi occidentali intorno a creature suggestive, nello skyline di una possibile immagine territoriale, sei dentro al progetto ma sei anche fuori… E ancora un luogo della distanza per i nostri figli, fatto di sogno concreto e naturale metamorfosi stagionale. E intanto l’elica calcolatoria dell’appartenenza si muove producendo energia iperbolica, postulati indipendenti. La distanza tra linee ultraparallele incrementa in ogni direzione. Il cielo sopra di noi sta sparendo…

Loris Cecchini, 2010

Loris Cecchini, 2010

Loris Cecchini, 2010

Loris Cecchini, 2010

Loris Cecchini, 2010

Loris Cecchini, 2010

Loris Cecchini, 2010

Loris Cecchini, 2010

Loris Cecchini, 2010

Loris Cecchini, 2010

Loris Cecchini, 2010

Loris Cecchini, 2010

Loris Cecchini, 2010

Loris Cecchini, 2010

Loris Cecchini, 2010

Loris Cecchini, 2010

Loris Cecchini, 2010

Loris Cecchini, 2010

Loris Cecchini, 2010

Loris Cecchini, 2010

Loris Cecchini, 2010

Loris Cecchini, 2010

T-Yong Chung

Oddio, 2013

ero arrivato a madeinfilandia.
con le mie sculture, oggetti, etc..
non sapevo cosa fare..
mentre facevo una passeggiata intorno a madeinfilandia ho trovato una nicchia.
dentro c’era l’installazione di Loredana Longo.
sono entrato da Loredana.
e piano piano ho costruito un tempio..

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T-Yong Chung, Oddio, 2013

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T-Yong Chung, Oddio, 2013

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T-Yong Chung, Oddio, 2013

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T-Yong Chung, Oddio, 2013

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T-Yong Chung, Oddio, 2013

Marco Cianciotta

: eravamo tutti quanti al bar, 2010

Marco Cianciotta, dopo una protratta assenza dalla scena artistica, si presenta in versione tridimensionale con un’opera di concept-landing-art che si concretizza armoniosamente nel territorio di Filandia.
I tacchini nel pollaio (da alcuni introiettati come cigni neri in uno zoo, ma pur sempre pennuti) diventano ombrelli; essi stanno uniformi e indifferenti ai nostri sguardi, chiusi nel loro recinto, così come apparvero per la prima volta i businessmen in bombetta al giovane Cianciotta nella sua prima, e forse unica, esperienza nella swinging London dei fantastici anni ’80. Ora riaffiorano in una nuova consapevolezza di sé.

Giovanna Bertelli

 

Marco Cianciotta, : eravamo tutti quanti al bar, 2010

Marco Cianciotta, : eravamo tutti quanti al bar, 2010

Marco Cianciotta, : eravamo tutti quanti al bar, 2010

Marco Cianciotta, : eravamo tutti quanti al bar, 2010

Marco Cianciotta, : eravamo tutti quanti al bar, 2010

Marco Cianciotta, : eravamo tutti quanti al bar, 2010

Marco Cianciotta, : eravamo tutti quanti al bar, 2010

Marco Cianciotta, : eravamo tutti quanti al bar, 2010

Marco Cianciotta, : eravamo tutti quanti al bar, 2010

Marco Cianciotta, : eravamo tutti quanti al bar, 2010

Marco Cianciotta, : eravamo tutti quanti al bar, 2010

Marco Cianciotta, : eravamo tutti quanti al bar, 2010

Marco Cianciotta, : eravamo tutti quanti al bar, 2010

Marco Cianciotta, : eravamo tutti quanti al bar, 2010

Michelangelo Consani

Barter the Solar Cooking, 2013

Ma in mezzo a tutti sta il sole. Chi infatti, in tale bellissimo tempio, metterebbe codesta lampada in un luogo diverso o migliore di quello, donde possa tutto insieme illuminare? Perciò non a torto alcuni lo chiamano lampada del mondo, altri mente, altri reggitore. Trismegisto lo chiama Dio visibile, Elettra, nella tragedia di Sofocle, colui che tutto vede. Così, per certo, come assiso su un trono regale, il sole governa la famiglia degli astri che gli ruotano intorno. (Niccolò Copernico)

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Michelangelo Consani, Barter the Solar Cooking, 2013

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Michelangelo Consani, Barter the Solar Cooking, 2013

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Michelangelo Consani, Barter the Solar Cooking, 2013

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Michelangelo Consani, Barter the Solar Cooking, 2013

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Michelangelo Consani, Barter the Solar Cooking, 2013

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Michelangelo Consani, Barter the Solar Cooking, 2013

2011

Quelli che pensano che una goccia d’acqua sia semplice o che una roccia sia immobile e inerte sono degli stupidi beati e ignoranti, e lo scienziato che sa che la goccia d’acqua è un grande universo e la roccia un mondo in attività di particelle elementari che scivolano come razzi, è uno stupido. Guardato con semplicità, questo mondo è reale e a portata di mano. Visto come una cosa complicata il mondo diventa paurosamente astratto e distante.

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Michelangelo Consani, 2011, ph. Valentina Maggetti

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Michelangelo Consani, 2011, ph. Elena El Asmar

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Michelangelo Consani, 2011, ph. Luca Calugi

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Michelangelo Consani, 2011, ph. Luca Calugi

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Michelangelo Consani, 2011, ph. Luca Calugi

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Michelangelo Consani, 2011, ph. Luca Calugi

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Michelangelo Consani, 2011, ph. Luca Calugi

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Michelangelo Consani, 2011, ph. Luca Calugi

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Michelangelo Consani, 2011, ph. Luca Pancrazzi

Mario Consiglio

Rumore necessario, 2010

Sono passati 1000 anni. Sento ancora l’odore del fogliame, decomposto e umido, entrarmi nelle narici.
E’ mattino presto, la nebbia uccide i colori. Cammino nei contrasti, trafitto dai primi raggi arborei. Le mie impronte svaniscono
al tatto e mi muovo nella danza lenta di un rettile.
Sono a digiuno… non mangio mai prima di cacciare, mi sento più magro e teso e gli occhi mi restano aperti. Sento tutto e penso che quello che vedo sia formato da tante piccole sfere unite fra loro… anche il signore dei boschi è fatto così… anch’io e tutti i miei amici… tutto e tutti… milioni di miliardi di sfere.
La terra suona! Ritorno cacciatore. Cerco di intuire da dove proviene il rumore restando immobile, senza respirare, convincendomi della mia invisibilità in un equilibrio improbabile. Ho paura… è a cento passi circa… adesso a molto meno… è veloce… adesso si è fermato.
La boscaglia a me difronte lo nasconde. E’ “il momento”. Il momento di tutte le paure più antiche che riaffiorano e sconfinano in un inspiegabile piacere… euforia?
Mi viene in mente la prima volta che sognai di precipitare nel buio. La prima volta che ho visto un corpo senza vita. La prima volta che sono stato con una donna e a quando il ghiaccio mi si spezzò sotto i piedi e mi sono ritrovato sommerso senza via d’uscita. Piacere e paura dell’incognita, è questo che provo ogni volta che mi si presenta quel momento. I movimenti nervosi della vegetazione suggeriscono ancora la sua presenza. E’ impossibile intuirne l’entità, la dimensione, l’aggressività, quale direzione può prendere, se ce la farai a colpirlo o se sarai tu ad essere colpito. L’adrenalina avverte che è “il momento”: il mio arco è carico… faccio un respiro profondo e immagino un punto fermo nello spazio, come mio nonno mi ha insegnato. E’ “il momento”… eccolo! Scatta… è un attimo, tiro, lo manco, mi viene contro, mi scanso, mi sfiora, è grande… è già lontano. Ho caldo ad un polpaccio, sanguina. Penso a quanto sia affilata la zanna, all’istante che ha aperto la mia carne e alla fortuna che ho avuto.
La nebbia è sparita, è tutto nitido adesso… il verde mi invade… adesso i rami sono fulmini di pietra che frantumano la luce… il ronzio degli insetti canta la sua vittoria.
Il signore del bosco è lontano, il suo profilo quadrupede disegna un passo ripetuto… forse cerca di farmi capire che sono un intruso nel suo territorio o forse mi sta semplicemente invitando ad una prossima sfida.
Sanguino ancora.
Cerco di tamponare il taglio con le foglie di kindra masticate dalla mia compagna la sera prima… sono miracolose sulle ferite.
Il signore del bosco è sparito. Mi alzo sulla gamba sana… c’è troppo silenzio… mi concentro sul respiro…carico il mio arco e scocco ancora una freccia ma questa volta contro il cielo.
Non per rabbia o per vendetta contro gli Dei ma per un’altra ragione che adesso è un sibilo, una linea infinita, un grido soffocato… che fondamentalmente è solo un “rumore necessario”.

 

Mario Consiglio, Rumore necessario, 2010

Mario Consiglio, Rumore necessario, 2010

Mario Consiglio, Rumore necessario, 2010

Mario Consiglio, Rumore necessario, 2010

Mario Consiglio, Rumore necessario, 2010

Mario Consiglio, Rumore necessario, 2010

Mario Consiglio, Rumore necessario, 2010

Mario Consiglio, Rumore necessario, 2010

Mario Consiglio, Rumore necessario, 2010

Mario Consiglio, Rumore necessario, 2010

Mario Consiglio, Rumore necessario, 2010

Mario Consiglio, Rumore necessario, 2010

Mario Consiglio, Rumore necessario, 2010

Mario Consiglio, Rumore necessario, 2010

Andrea Contin

Fabrizio Corneli

Vittorio Corsini

2010

Filandia è una promessa, un incontro.
le parole restano come pietre, come diamanti, segnano i nostri movimenti, gli sguardi e i pensieri futuri.
E lo spazio, il suo colore, è il frutto delle parole dette, urlate, sussurrate.

 

Vittorio Corsini, 2010

Vittorio Corsini, 2010

Vittorio Corsini, 2010

Vittorio Corsini, 2010

Vittorio Corsini, 2010

Vittorio Corsini, 2010

Vittorio Corsini, 2010

Vittorio Corsini, 2010

Vittorio Corsini, 2010

Vittorio Corsini, 2010

Vittorio Corsini, 2010

Vittorio Corsini, 2010

Vittorio Corsini, 2010

Vittorio Corsini, 2010

Vittorio Corsini, 2010

Vittorio Corsini, 2010

Vittorio Corsini, 2010

Vittorio Corsini, 2010

Cinzia Cozzi

2011

Piazza Amendola Settembre 2005

-Volevo fare una casa per le formiche in un modo preciso ma J. ha messo sopra due sassi. Mi sono arrabbiato poi mi è sembrata più bella perché non era mia e basta.

Piazzetta Don Peruccati Gennaio 2005

-Ogni volta mi dicono di andare seduto al posto giusto. Ma chi lo decide quale è il mio posto giusto?

Fosso di sant’Ansano Giugno 2007

-Mamma lo sai? oggi ho scoperto il linguaggio segreto delle persone.
Le persone parlano quando sono tutte insieme ma in realtà, se le guardi bene, vorrebbero dire un’altra cosa. Se si sta zitti si capiscono tante più cose.
Domani ti dico un’altra scoperta.

Pietralata Ottobre 2008

-I petali del Tarasacco sono le piste d’atterraggio per gli insetti. Questi semi diventeranno un aeroporto.

Elia.

 

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Cinzia Cozzi, 2011, ph. Luca Pancrazzi

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Cinzia Cozzi, 2011, ph. Elena El Asmar

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Cinzia Cozzi, 2011, ph. Elena El Asmar

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Cinzia Cozzi, 2011, ph. Luca Calugi

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Cinzia Cozzi, 2011, ph. Luca Calugi

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Cinzia Cozzi, 2011, ph. Luca Calugi

Fabio Cresci

La Pulizia dei Vetri, 2012

 

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Fabio Cresci, La Pulizia dei Vetri, 2012

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Fabio Cresci, La Pulizia dei Vetri, 2012

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Fabio Cresci, La Pulizia dei Vetri, 2012

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Fabio Cresci, La Pulizia dei Vetri, 2012

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Fabio Cresci, La Pulizia dei Vetri, 2012

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Fabio Cresci, La Pulizia dei Vetri, 2012

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Fabio Cresci, La Pulizia dei Vetri, 2012

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Fabio Cresci, La Pulizia dei Vetri, 2012

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Fabio Cresci, La Pulizia dei Vetri, 2012

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Fabio Cresci, La Pulizia dei Vetri, 2012

Gaetano Cunsolo

tùp lêu (collegare un container ad una casa), 2013

installazione in bambù e canne selvatiche

tùp lêu è una parola vietnamita che vuol dire capanna.
(collegare un container a una casa) dichiara il carattere temporaneo e contestuale del gesto compiuto.

tùp lêu è il gioco di un bambino impegnato a fare il soldato, il sopravvissuto e il rifugiato. Uno spazio indefinito sospeso tra militarismo e disobbedienza, conflitto e gioco.

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Gaetano Cunsolo, tùp lêu (collegare un container ad una casa), 2013

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Gaetano Cunsolo, tùp lêu (collegare un container ad una casa), 2013

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Gaetano Cunsolo, tùp lêu (collegare un container ad una casa), 2013

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Gaetano Cunsolo, tùp lêu (collegare un container ad una casa), 2013

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Gaetano Cunsolo, tùp lêu (collegare un container ad una casa), 2013

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Gaetano Cunsolo, tùp lêu (collegare un container ad una casa), 2013

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Gaetano Cunsolo, tùp lêu (collegare un container ad una casa), 2013

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Gaetano Cunsolo, tùp lêu (collegare un container ad una casa), 2013

Michele Dantini

2011

Il juke box è un oggetto scomparso. Pure il suo ricordo è in qualche modo ossessivo. Tu metti una monetina e lui parla, ricorda, canta. Ne troviamo alcuni, cugini, solo in qualche dilapidata taverna ai margini della via Emilia. Introduci il gettone: e via con il vinile, in una sorta di disperante, umiliata disponibilità. I juke box avevano occhi e bocche: erano disegnati per evocare volti. Dividevano un’unica classe di enti con pappagalli, merli, canarini in gabbia: aedi seriali, bioxilofoni. Quando guardo il foglio e non ho arie da modulare la categoria si dissolve: disegnare con la destra (tutto qui) equivale a scrivere.

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Michele Dantini, 2011, ph. Michele Dantini

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Michele Dantini, 2011, ph. Michele Dantini

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Michele Dantini, 2011, ph. Michele Dantini

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Michele Dantini, 2011, ph. Michele Dantini

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Michele Dantini, 2011, ph. Michele Dantini

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Michele Dantini, 2011, ph. Valentina Grandini

Alessio De Girolamo

4 Minuti, 2012

4 minuti è una corsa in continuo arrivo. Una tensione costante verso un traguardo (simboleggiato dal nastro dei lavori in corso) che, tagliato compulsivamente, diventa ostacolo per la corsa stessa.

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Alessio De Girolamo, 4 minuti, 2012

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Alessio De Girolamo, 4 minuti, 2012

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Alessio De Girolamo, 4 minuti, 2012

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Alessio De Girolamo, 4 minuti, 2012

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Alessio De Girolamo, 4 minuti, 2012

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Alessio De Girolamo, 4 minuti, 2012

Francesco De Grandi

Giovanni De Lazzari

Marta Dell’Angelo

E arrivarono…, 2004-2013

E arrivarono… è un work in progress, realizzato a partire dal 2004, in diverse lingue a seconda del luogo e dell’occasione. 
Il numero dei sinonimi cambia a seconda della lingua. 
Tutte le parole (aggettivi sostantivati), disposte in ordine alfabetico, sono il risultato di una catena di sinonimi, che si legano tra loro per appartenenza fino ad esaurirsi. 
L’ordine alfabetico permette una forma di lettura che si ispira alle cantilene (mantra, rosari, nenie) svolgendosi a lungo, con lentezza, spesso ripetendosi e mantenendo sempre lo stesso ritmo.  Questo lavoro è stato presentato in diverse forme audio e performative.

Per Madeinfilandia sono partita chiedendo a tutte le persone che incontravo dal luogo di partenza e d’incontro della ex filanda fino ai paesi limitrofi, passando per le strade, i bar, i negozi, gli uffici postali, dove le persone liberamente sceglievano una parola dall’elenco, dove il ritmo, il modo e il suono diventavano parte di una video-lettura corale.

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Marta Dell’Angelo, E arrivarono…, 2004-2013

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Marta Dell’Angelo, E arrivarono…, 2004-2013

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Marta Dell’Angelo, E arrivarono…, 2004-2013

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Marta Dell’Angelo, E arrivarono…, 2004-2013

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Marta Dell’Angelo, E arrivarono…, 2004-2013

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Marta Dell’Angelo, E arrivarono…, 2004-2013

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Marta Dell’Angelo, E arrivarono…, 2004-2013

Martina Della Valle

Salita al Bosco, 2012

SALITA AL BOSCO è il progetto nato in occasione della micro residenza di MadeInFilandia nell’ottobre 2012. L’idea prende spunto dalla riflessione sulla natura e la storia del luogo, una vecchia filanda in cui si allevavano i bachi da seta per la produzione di filati preziosi.
Nei 4 giorni di permanenza nello spazio ho tentato di emulare la produzione del baco da seta che nel periodo detto appunto della SALITA AL BOSCO, smette di mangiare per appartarsi e dedicarsi alla produzione di un unico ininterrotto filo che va dai 300 ai 900 metri, con il quale costruisce il proprio
bozzolo.
La sfida è stata quella di vedere quanto materiale riuscivo ad accumulare annodando i capelli che naturalmente mi sono caduti nello stesso lasso di tempo per creare un filo unico, misurandoli e fotografandoli, giorno dopo giorno, fino poi a produrre un mio bozzolo nel periodo della  “mia SALITA AL BOSCO”.

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Martina Della Valle, Salita al Bosco, 2012

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Martina Della Valle, Salita al Bosco, 2012

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Martina Della Valle, Salita al Bosco, 2012

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Martina Della Valle, Salita al Bosco, 2012

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Martina Della Valle, Salita al Bosco, 2012

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Martina Della Valle, Salita al Bosco, 2012

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Martina Della Valle, Salita al Bosco, 2012

Mario Dellavedova

Epopea Anemica, 2011
Mario Dellavedova e Irene Fuga

…telefonate: “va bene” …macchina in autostrada… ci si raccoglie le nostre metà e si arriva sul luogo che è sostanzioso.
Un po’ prima: ” …allora può andar bene… hai pensato a cosa fare? …  così li uniamo in loco…” ( che è sostanzioso e comunitario ).
Piano sequenza: arrivo, primi contatti con i presenti … dislocazione.
Ambientazione:  seduti a tavolate imbandite, gironzolando, dando occhiate … -dove ci mettiamo?-.
Scelta che ti sceglie o scelta preponderata?…
Continua ad arrivare gente: ci si mischia, ci si siede alle tavole imbandite, si invade anche il borgo.
Momenti di frastuono, momenti d’ozio… musica di sottofondo nel luogo ( che è sostanzioso ), comunitario e un poco frenetico.
Fuga: a godersi un po’ di paesaggio e dintorni.
Si finisce d’allestire l’ “epopea anemica” e l’ infilata di disegni.
Si curiosa qua e là … ci si continua a mischiare…
Eppoi via: ciascuno col proprio piano americano che ingloba l’artefatto ( non so se a regola d’arte ).
Si saluta e si ringrazia: per le colonne sonore, gli scambi, le proposizioni e le preposizioni, per il luogo ( che è sostanzioso: vita chiassosa silente ) che potrebbe essere, auguralmente, più frenetico e comunitario.

MD IF

 

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Mario Dellavedova e Irene Fuga, Epopea Anemica, 2011, ph. Marco Randighieri

ph beatrice el asmar

Mario Dellavedova e Irene Fuga, Epopea Anemica, 2011, ph. Beatrice El Asmar

ph claudio maccari

Mario Dellavedova e Irene Fuga, Epopea Anemica, 2011, ph. Claudio Maccari

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Mario Dellavedova e Irene Fuga, Epopea Anemica, 2011, ph. Elena El Asmar

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Mario Dellavedova e Irene Fuga, Epopea Anemica, 2011, ph. Elena El Asmar

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Mario Dellavedova e Irene Fuga, Epopea Anemica, 2011, ph. Elena El Asmar

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Mario Dellavedova e Irene Fuga, Epopea Anemica, 2011, ph. Elena El Asmar

ph giulia di lenarda

Mario Dellavedova e Irene Fuga, Epopea Anemica, 2011, ph. Giulia Di Lenarda

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Mario Dellavedova e Irene Fuga, Epopea Anemica, 2011, ph. Luca Calugi

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Mario Dellavedova e Irene Fuga, Epopea Anemica, 2011, ph. Luca Calugi

ph lucia fattorini

Mario Dellavedova e Irene Fuga, Epopea Anemica, 2011, ph. Lucia Fattorini

Daniela De Lorenzo

2010

Panorama,…vedere tutto.
il panorama è fuori, veduta generale di un luogo, ma anche una rassegna completa ed esauriente sia pure in rapporto ad un assunto meramente informativo.
Il luogo scelto, la rimessa carburanti; quasi una grotta, una dimensione ridotta, intima, onirica, dall’alto una sezione di cerchio…….un avvio per la ripetizione.

…nell’uomo il tessuto muscolare cutaneo ha perso la capacità di movimento volontario, tranne che nel volto: i muscoli del viso sono i soli che si inseriscono direttamente nella fascia cutanea profonda. Questi sono detti muscoli mimici, essi permettono di corrugare o distendere la pelle del volto, dandoci un espressione.
La mobilità del volto rappresenta un linguaggio anteriore rispetto al linguaggio verbale e sicuramente insieme alla comunicazione attraverso gesti, percepibile universalmente.

…….il muscolo risorio (o elevatore dell’angolo della bocca), con la sua contrazione nasce il sorriso, il muscolo corrugatore delle sopracciglie, il muscolo dilatatore delle narici, il muscolo depressore dell’angolo della bocca , il muscolo canino………..

Per questo il volto è stato definito condensatore di significanza, quello che da solo ci fornisce un maggior numero di significati e di informazioni.
Concentrarsi sullo sguardo dell’altro, l’essere visto, non il vedere. Un movimento continuo del volto per perdere il proprio viso, cancellarlo in un “panorama” di false espressioni oltrepassando i limiti del significante e del soggetto.
Cancellare il volto per andare indietro in un prelinguaggio ; quasi silenzio, quasi animale.

 

Daniela De Lorenzo

Daniela De Lorenzo, 2010

Daniela De Lorenzo

Daniela De Lorenzo, 2010

Daniela De Lorenzo

Daniela De Lorenzo, 2010

Daniela De Lorenzo

Daniela De Lorenzo, 2010

Daniela De Lorenzo

Daniela De Lorenzo, 2010

Flavio De Marco

2011

Il seguente testo, tratto dai Fratelli Karamazov di Fedor Dostoevskij è stato letto dall’autore il giorno della sepoltura dell’opera, 7 ottobre 2011, prima dell’apertura al pubblico dell’esposizione.

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tratto dai Fratelli Karamazov di Fedor Dostoevskij

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tratto dai Fratelli Karamazov di Fedor Dostoevskij

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tratto dai Fratelli Karamazov di Fedor Dostoevskij

breve vita di un quadro

Flavio De Marco, 2011

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Flavio De Marco, 2011, ph. Luca Calugi

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Flavio De Marco, 2011, ph. Luca Calugi

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Flavio De Marco, 2011, ph. Luca Calugi

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Flavio De Marco, 2011, ph. Luca Pancrazzi

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Flavio De Marco, 2011, ph. Luca Pancrazzi

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Flavio De Marco, 2011, ph. Valentina Maggetti

Rolando Deval

Passage, 2012

Aria di Filandia
Visitando questo luogo mi pare di sentire un’eco del fermento che brulicava qui in una vita anteriore. In un punto di passaggio di aria e di luce vorrei dare forma a questa sensazione, farla aderire strettamente al luogo, come la chiocciola aderisce al guscio dando vita all’idea che la contiene.
Ci sono luoghi che intercettano le idee, e anzi le suggeriscono, perché hanno in sé la condizione che permette loro di prendere forma. La Filanda stessa è già un’idea, ma un’idea allargata che può contenerne innumerevoli altre.
In questa filanda, il baco ha la possibilità di diventare farfalla.

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Rolando Deval, Passage, 2012

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Rolando Deval, Passage, 2012

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Rolando Deval, Passage, 2012

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Rolando Deval, Passage, 2012

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Rolando Deval, Passage, 2012

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Rolando Deval, Passage, 2012

Paola Di Bello

Framing the Community, 2011

Made in Filandia
 Photo series, 
Created in the frame of a participatory project on October 6, 7 and 8.

Ho preparato un set fotografico di tipo tradizionale per fotografie in posa di piccoli gruppi dove, al posto del classico fondale artificiale, ho usato come sfondo l’immagine reale dell’archeologia industriale scelta come simbolo di Madeinfilandia, il progetto a cui eravamo chiamati a partecipare. Ho realizzato così una sorta di foto di gruppo nello spazio e nel tempo condiviso, di conseguenza chi ha voluto farsi ritrarre con i propri amici e parenti ha aderito all’idea di appartenere ad un unico luogo, come se quella veduta, quello scorcio, quel paesaggio, diventasse parte di una ipotetica “casa” comune.

Dedico questa serie di immagini a tutti coloro che pur presenti non sono stati fotografati.
E cioè a:

Amedeo Martegani, Giulia Di Lenarda, Ferdinando Mazzitelli, Simona Sanvito, Ruben Pludwinski, Daniel Pludwinski, Arturo Ghezzi e Rosi, Mariolina Ghezzi, Alberto Funaioli e amici, Gianluca Sgherri e Renata, Adriana Polveroni, Michele Dantini, Pandora Dantini, Livia Cavallari, Michela Eremita, Isabella Musolino e Ambretta, Gaetano Cunsolo, Pietro Gaglianò, Francesco Campidori, Francesco di Tillo, Studio ++, Yuki Ichihashi, Hanako Brogi Kumazawa, Luciano Brogi, Caterina Biagiotti, Massimo Nannucci, Cinzia Cozzi, Bernardo Giorgi, Elia Giorgi, Alessandro Bagella, Silvia Pichini, Francesca Rosi, Giovanni De Masi, Celeste De Masi, Diego Parisi, Fabrizio Bodini, Andrea Montagnani, Andrea Marescalchi , Serena Bencini, Pedro Riz A Porta , Amalia Sandri, Pierpaolo Pagano, Giovanni Ozzola, Silvia Ballario, Leone Ozzola, Edi e Mario Consiglio, Teatrino Clandestino, Fosca , Federico Fusi, Sofia Scarbolo, Alessandro Seno, Fabio Tiboni, Valentina Grandini, Gino Pisapia, Monica Zanfini, Gianfranco Caprai, Filippo Roncucci, Marco Sbragi, Raffaello Pedone, Marco e Tiziana Randighieri, Daniela De Lorenzo, 
Beatrice El Asmar
, Oliver Geils
, Claudia, Anna Benedetto
… mancano dei nomi
… ma anche a tutti coloro che si aggiungeranno ai progetti futuri o che abbiamo dimenticato nel presente elenco.
Grazie.

Flavio De Marco

Paola Di Bello, Framing the Community, Madeinfilandia
 Photo series, 2011

Claudio Maccari

Paola Di Bello, Framing the Community, Madeinfilandia
 Photo series, 2011

Marco Raparelli

Paola Di Bello, Framing the Community, Madeinfilandia
 Photo series, 2011

Luca Calugi

Paola Di Bello, Framing the Community, Madeinfilandia
 Photo series, 2011

Eugenia Vanni, Chiara Sacchini

Paola Di Bello, Framing the Community, Madeinfilandia
 Photo series, 2011

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Paola Di Bello, Framing the Community, Madeinfilandia
 Photo series, 2011

Francesco Pucci

Paola Di Bello, Framing the Community, Madeinfilandia
 Photo series, 2011

Loredana Longo

Paola Di Bello, Framing the Community, Madeinfilandia
 Photo series, 2011

Nero/Alessandro Neretti

Paola Di Bello, Framing the Community, Madeinfilandia
 Photo series, 2011

Orietta Fineo

Paola Di Bello, Framing the Community, Madeinfilandia
 Photo series, 2011

Michelangelo Consani

Paola Di Bello, Framing the Community, Madeinfilandia
 Photo series, 2011

Jacopo Miliani

Paola Di Bello, Framing the Community, Madeinfilandia
 Photo series, 2011

Serse

Paola Di Bello, Framing the Community, Madeinfilandia
 Photo series, 2011

Michele Guido

Paola Di Bello, Framing the Community, Madeinfilandia
 Photo series, 2011

Egle Prati, Lucia Fattorini

Paola Di Bello, Framing the Community, Madeinfilandia
 Photo series, 2011

Paolo Parisi

Paola Di Bello, Framing the Community, Madeinfilandia
 Photo series, 2011

Lorenzo Bruni, Enrico Vezzi

Paola Di Bello, Framing the Community, Madeinfilandia
 Photo series, 2011

Maurizio Coccia, Marco Cianciotta

Paola Di Bello, Framing the Community, Madeinfilandia
 Photo series, 2011

Loris Cecchini

Paola Di Bello, Framing the Community, Madeinfilandia
 Photo series, 2011

Nathalie Du Pasquier, Elena Quarestani

Paola Di Bello, Framing the Community, Madeinfilandia
 Photo series, 2011

Jade Vlietstra

Paola Di Bello, Framing the Community, Madeinfilandia
 Photo series, 2011

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Paola Di Bello, Framing the Community, Madeinfilandia
 Photo series, 2011

Cristiana Palandri

Paola Di Bello, Framing the Community, Madeinfilandia
 Photo series, 2011

Irene Fuga

Paola Di Bello, Framing the Community, Madeinfilandia
 Photo series, 2011

Pierluigi Calignano

Paola Di Bello, Framing the Community, Madeinfilandia
 Photo series, 2011

Davide Rivalta

Paola Di Bello, Framing the Community, Madeinfilandia
 Photo series, 2011

Mario Dellavedova

Paola Di Bello, Framing the Community, Madeinfilandia
 Photo series, 2011

Duccio Servi, Valentina Maggetti

Paola Di Bello, Framing the Community, Madeinfilandia
 Photo series, 2011

Giacomo Ricci

Paola Di Bello, Framing the Community, Madeinfilandia
 Photo series, 2011

Antonio Catelani, Maurizio Nannucci

Paola Di Bello, Framing the Community, Madeinfilandia
 Photo series, 2011

Elena El Asmar, Luca Pancrazzi

Paola Di Bello, Framing the Community, Madeinfilandia
 Photo series, 2011

Marco Raparelli

Paola Di Bello, Framing the Community, Madeinfilandia
 Photo series, 2011

Paola Di Bello

Paola Di Bello, Framing the Community, Madeinfilandia
 Photo series, 2011

 

Giulia Di Lenarda

Elisabetta Di Maggio

Raffaele Di Vaia

Nathalie Du Pasquier

2011

Alla Filandia filavano giorni felici. Io col filo bianco disegnavo la pista e pensieri connessi ma l’aereo non arrivava. Il mio bicchiere era piccolo, per fortuna ne avevo un’altro.

Nathalie Du Pasquier

Nathalie Du Pasquier, 2011, ph. Beatrice El Asmar

Nathalie Du Pasquier

Nathalie Du Pasquier, 2011, ph. Lucia Fattorini

Nathalie Du Pasquier

Nathalie Du Pasquier, 2011, ph. Nathalie Du Pasquier

Nathalie Du Pasquier

Nathalie Du Pasquier, 2011, ph. Luca Calugi

Nathalie Du Pasquier

Nathalie Du Pasquier, 2011, ph. Lucia Fattorini

Nathalie Du Pasquier

Nathalie Du Pasquier, 2011, ph. Lucia Fattorini

Nathalie Du Pasquier

Nathalie Du Pasquier, 2011, ph. Nathalie Du Pasquier

Nathalie Du Pasquier

Nathalie Du Pasquier, 2011, ph. Luca Calugi

Nathalie Du Pasquier

Nathalie Du Pasquier, 2011, ph. Luca Calugi

 

Elena El Asmar

L’esercizio del lontano, 2010

“il calendario della nostra vita non può che stabilirsi nel suo complesso di immagini”
Gaston Bachelard, La Poetica dello Spazio

Nell’esercizio del lavoro, del pensiero tradotto in immagine, il mio sguardo volge, continuamente, alla memoria di oggetti caratterizzanti una vita domestica affacciata ai bacini del Mediterraneo, in un paese bianco, il Libano, nel tentativo di far affiorare le visioni che hanno affascinato e contaminato la mia infanzia.
Negli annuali viaggi e nella continua spola tra l’Italia e la mia famiglia di Jbeil, gli scambi di mobili, tazze, utensili, profumi di spezie e poi, sono divenuti – nel tempo – consuetudine e tentativo di mantenere viva, al di là della distanza terrena, l’appartenenza ad un luogo, ben connotato sia fuori che dentro di me. Così, nello studio dove lavoro, giacciono, sparsi qua e là, oggetti rubati al mio passato, divenuti – nel presente – possibili infiniti, linee che esaltano la mia immaginazione, griglie trasformate in confine – pittorico o meno – dall’attimo in cui prendono forma conquistandone lo spazio.
Ogni modello di cui dispongo si rifà, in realtà, ad un campionario di ricordi – velati – resi al mio tempo secondo le note di una sinfonia – vaga – che aleggia verso un tutto che mi è dato cogliere solo parte per parte.
Così … Nel firmamento di forme che si disperdono via nell’atmosfera, avviene il sogno fenicio; nella memoria di una passeggiata lungo le corsie del suk e le sue architetture sgargianti di curve, vertici, arabeschi, ornamenti, intagli e intarsi; nell’equivocabile ma affascinante promiscuità di un mare che rigetta costantemente le sue onde sulla costa di un paese ove l’orizzonte si mescola alle visioni di un “padre” che sta nei cieli.

 

Elena El Asmar, 2010

Elena El Asmar, L’esercizio del lontano, 2010

Elena El Asmar, 2010

Elena El Asmar, L’esercizio del lontano, 2010

Elena El Asmar, 2010

Elena El Asmar, L’esercizio del lontano, 2010

Elena El Asmar, 2010

Elena El Asmar, L’esercizio del lontano, 2010

Elena El Asmar, 2010

Elena El Asmar, L’esercizio del lontano, 2010

Elena El Asmar, 2010

Elena El Asmar, L’esercizio del lontano, 2010

Elena El Asmar, 2010

Elena El Asmar, L’esercizio del lontano, 2010

Elena El Asmar, 2010

Elena El Asmar, L’esercizio del lontano, 2010

Elena El Asmar, 2010

Elena El Asmar, L’esercizio del lontano, 2010

Elena El Asmar, 2010

Elena El Asmar, L’esercizio del lontano, 2010

Paolo Fabiani

Cantastorie, 2010

Stanotte mi sono svegliato, mi sono alzato da letto per andare in bagno, ho aperto la porta e la luce si è accesa da sola, ho chiuso la porta e la luce si è spenta. Appena a letto sono stato assalito da un flash “Non avrò mica pisciato nel frigo?!”
Ero già sotto le coperte. Svogliatamente ho aperto il sipario che mi proteggeva e a tentoni ho cercato di riappropriarmi di ciò che non era più mio.
Il cantastorie, è una delle forme di narrazione più antiche, inizia la storia da un pretesto, un particolare nascosto, una caratteristica di uno spettatore, un naso grosso, da li poi si dipana la storia che a poco a poco, avviluppa nelle sue spire il pubblico attonito.
I bambini sono molto esperti nella costruzione di scenari immaginari, nel riuscire a creare un’astronave che viaggia nello spazio a velocità supersonica … da un tappo di sughero!
Ho l’approccio di un bambino quando, spinto dalla curiosità e dalla voglia di sperimentare cose nuove, curioso di provare, vedere cosa succede mischiando ingredienti apparentemente incompatibili, con una certa dose di rischio, eseguendo esperimenti, fino a che punto il tutto resiste oppure esplode?
Provo libertà a lasciarmi andare, quando quello che ho in testa si concretizza; colgo gli odori, percepisco il clima, faccio un passo avanti, la vita è in continuo mutamento, attimo dopo attimo.
Quando di notte soffro d’insonnia prendo i lassativi, non dormo lo stesso, ma almeno ho qualcosa da fare.

 

Paolo Fabiani, Cantastorie, 2010

Paolo Fabiani, Cantastorie, 2010

Paolo Fabiani, Cantastorie, 2010

Paolo Fabiani, Cantastorie, 2010

Paolo Fabiani, Cantastorie, 2010

Paolo Fabiani, Cantastorie, 2010

Paolo Fabiani, Cantastorie, 2010

Paolo Fabiani, Cantastorie, 2010

Paolo Fabiani, Cantastorie, 2010

Paolo Fabiani, Cantastorie, 2010

Paolo Fabiani, Cantastorie, 2010

Paolo Fabiani, Cantastorie, 2010

Paolo Fabiani, Cantastorie, 2010

Paolo Fabiani, Cantastorie, 2010

Paolo Fabiani, Cantastorie, 2010

Paolo Fabiani, Cantastorie, 2010

Emilia Faro

Carlo Fei

Esposizione Multipla Scomposta No. 00, 2012

I SOGNI SON DESIDERI LA VITA È SOGNO SONO
PROPENSO  A CREDERE CALDO CALDERON DELLA
BARCA COSA CERCHIAMO REALMENTE DI RAGGIUNGERE
DI VEDERE DI SENTIRE DI TOCCARE QUANDO
PRENDIAMO TAKE IT KIT KAT TAKE CARE UNA
FOTOGRAFIA COSA DA RICORDARE COSA DA
MEMORIZZARE COSA DA CATTURARE CON LA
MAGIA DELLE IMMAGINI COSA DA CONOSCERE
CON L’INTUIZIONE DELLE IMMAGINI CHI E’ QUELLO
L’ALTRO L’ALTRA COSA CHE CI GUARDA
È DURO DEFINIRE CIRCOSCRIVERE PUNTUALIZZARE
ESTRAPOLARE MARCHINGEGNARE STARE NEL
PENTAGRAMMA SUONARE LA MUSICA
CHE VOGLIONO SENTIRE SIAMO SOLI E PER
QUESTO BRUCIAMO LIGHT MY FIRE BABE SIDEREO
SIDERERE DE+SIDERARE DURO TROVARE IL CORPO
CHE SIA CONFACENTE AL TUO CHE S’INCASTRI COL
TUO CHE DIALOGHI COL TUO HABEAS CORPUS
COSÌ È LA FOTOGRAFIA E IL SUO SPECIFICO A
CUI NOI TENDIAMO LA PARGOLETTA MANO PUR
ESSENDO TESTICOLIMONI E TRADITORI È DURA ESSERE
HABEAS CORPUS FEDELI POCHI CI RIESCONO NESSUNO
CI RIESCE ABBI IL TUO CORPO HABEAS CORPUS
DEVI SCEGLIERE QUALE KILLERSERIALESSERE
VIVERE CSI MIAMIVICE DALLAS NUOVO MESSICO
QUALÈ IL CORPO CHE SCAGIONA LA FOTOGRAFIA
CHE LA RENDERESPONSABILECO-NO-SCIENTE DELLA
VITA HORTUS QUALE IL CORPO CHE SI RENDE
PARTECIPE DEL DIALOGO EROTICO QUALÈ IL
CORPO CHE SI RENDE NELL’ANNUNCIAZIONE
TRA L’ANGELO E LA FEMMINA MI PIACEREBBE
PARLARE DEL CORPO VILIPESO DISTRUTTO
DA TROPPO DIRITTO DI CRONACA MANHUNTER
JACK THE RIPPer JOHNNY DEPP LE IMMAGINI
SEZIONANTI QUALSIASI EVENTO MEDIATICO DI
PARTE E PARTECIPAZIONE ESTRANEA AL RITO SI’
REALE DEI SACERDOTI CHE SQUARTAVANO LE
LORO VITTIME PER MANGIARLE PER APPROPRIARSI
DEI LORO IDODEI-DIO PERDIAMO LA NOSTRA
ANIMA DOBBIAMO PERDERE LA NOSTRA ANIMA
DOBBIAMO PERDER FAUST E URFAUST
PENSO ANCHE ALLE PSICHEANALISI E AI DECOLTé
ALLA LETTERA RUBATA E ALLA TRASPARENZA DIVINA DI
S.GIOVANNI DECOLTEé DI CARAVAGGIO E AL TAGLIO
BRECCIA SQUARCIO WILLIAM TURNER DI FONTANA-
ORINATOIO ROBERT MUTT LUCIO ORO TEATRINI FINE
DI DIO BALLA PER ME SALOMé-DANTON-GOYA-
VERONELLI DOBBIAMO ESSERE MARCI E LERCI E FOLLI
UBRIACHI IMBRIAGHI CON LE BRAGHE SPORCHE E
FORSE LO SPAZIO LA SPEZIA CI RIPORTERà NEL-
LO SPAZIO SI’-DERECHO DE DRIO MONA O DAVANTI
DIRITTO AL CUORE RAMON NORMA BELLINI GIOVANNI
S.GIOVANNI L’APOCALISSE IL CORPO È DI DIO CRISTO
RISORGE LA RIVELAZIONE L’ANIMA DEL DIAVOLO
LA REVENGE LA TRAVIATA MADONNA DEL PARTO
TAGLIO CESAREO DELLA MARMELLATA STORICISTA
MI PIACEREBBE PARLARE DEL DIRITTO DESSERE
UOMINI SENZA ECHKART O DESCARTES CHE GELIDA
MANINA EVIDENTEMENTE NON C’È RISCATTO
PERCHÉ UNA VOLTA RAPITI SIAMO MORTI E SE
RIMANIAMO VIVI VUOL DIRE CHE INTERESSIAMO

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Carlo Fei, Esposizione Multipla Scomposta No.00, 2012

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Carlo Fei, Esposizione Multipla Scomposta No.00, 2012

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Carlo Fei, Esposizione Multipla Scomposta No.00, 2012

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Carlo Fei, Esposizione Multipla Scomposta No.00, 2012

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Carlo Fei, Esposizione Multipla Scomposta No.00, 2012

Orietta Fineo

A posto, 2011

Posto s.m. 1 Luogo determinato assegnato a qlcu. o a qlco.: mettere ogni cosa al suo p./ Essere a p. in ordine / Mettere a p., riordinare; (fig.) rimproverare qlcu., dargli una lezione / Essere a p. con la coscienza, avere la coscienza tranquilla /Tenere le mani a p., stare fermo con le mani, non toccare ciò che non si deve / Tenere la lingua a p., controllare il proprio linguaggio / (fig) Avere la testa a p., essere equilibrato / (fig.) Essere una persona a p., degna di fiducia. 2 Spazio libero / spazio circoscritto riservato a un determinato fine /P. letto, ciascuna delle stanze o letti disponibili in alberghi, ospedali e sim.(est) Sedile, sedia o sim, in luoghi o mezzi pubblici : automobili con cinque posti ; prenotare un p. in platea / Con riferimento ad aule scolastiche : torna al tuo posto. 3 Luogo assegnato a ogni soldato nei ranghi del reparto / P. di guardia, luogo ove risiede una guardia / P. di blocco, lungo una via di comunicazione, luogo ove vengono collocati sbarramenti, per controllare persone e mezzi in transito; ( ferr.) cabina contenente i comandi degli apparecchi di segnalazione e protezione. 4 Incarico , impiego, ufficio: un posto di segretario/ Mettere, mettersi a p., procurare ad altri o a sé una buona sistemazione. 5 località, luogo: un p. ignorato dai turisti / Sul p. , in quella determinata località di cui si parla o in cui ci si trovava : mi trovavo sul posto quando accadde la disgrazia / (est.) Locale pubblico in genere : un posto dove si mangia bene.

Madeinfilandia? Perfetto.

Gioia del Colle, 3 gennaio, 2012

ph beatrice el asmar

Orietta Fineo, A posto, 2011, ph. Beatrice El Asmar

ph giulia di lenarda

Orietta Fineo, A posto, 2011, ph. Giulia Di Lenarda

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Orietta Fineo, A posto, 2011, ph. Luca Calugi

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Orietta Fineo, A posto, 2011, ph. Luca Calugi

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Orietta Fineo, A posto, 2011, ph. Lucia Fattorini

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Orietta Fineo, A posto, 2011, ph. Lucia Fattorini

ph lucia fattorini

Orietta Fineo, A posto, 2011, ph. Lucia Fattorini

ph nathalie du pasquier

Orietta Fineo, A posto, 2011, ph. Nathalie Du Pasquier

ph valentina grandini

Orietta Fineo, A posto, 2011, ph. Valentina Grandini

Serena Fineschi

Nuovo Tempo Sospeso, 2012

Millenovecentoventi grani di legno di gelso.

Secondo sopralluogo alla Filanda.
Ogni luogo ha la sua storia, una storia fatta di attimi, anche del solo ieri. Di ieri.
Oggi. Oggi, ho passeggiato a lungo per scoprire i resti della storia, alla ricerca di un particolare di questo luogo che mi desse l’accesso a un tempo nuovo. Un tempo nuovo, fatto di quello naturalmente trascorso, unito a quello che sto vivendo. Luca e Arturo mi avevano accennato la storia della Filanda, un importante bacino produttivo per tutta la zona durante la prima metà del 1900 che creava un indotto lavorativo per oltre 500 persone. Impressionante, guardando quello che è rimasto.
Mi guardo intorno, sento gli alberi muoversi e le voci in barattolo di Elena e Luca. È caldo, troppo caldo. E penso al calore opprimente subìto dalle “maestrine” che lavoravano nella filanda, costrette a operare in una temperatura che sfiorava i cinquanta gradi. Sapevo già di voler lavorare sul luogo, sulla sua storia e sulle persone che ne avevano fatto parte. Continuo a passeggiare, indossando una giacca troppo pesante. Guardo le grandi finestre su cui la luce e il vetro disegnano gli alberi esterni. Neppure un gelso. Luca me lo aveva detto: “Non è rimasto neppure un gelso, forse uno soltanto…”. Sono in un luogo che non sembra reagire al suo stesso ieri. Non reagisce per difetto di memoria. Voglio sapere di più, avere informazioni, suggestioni che mi portino in un nuovo tempo. Luca e Arturo erano stati chiari. Non ci sono documenti rimasti, solo una foto che ritrae le “maestrine” in gruppo, probabilmente davanti all’ingresso della filanda e non è certa nemmeno la possibilità di risalire a tutti i nomi delle tessitrici. La memoria è smarrita, il ricordo perduto con la scomparsa di tutti coloro che hanno vissuto qui il proprio ieri. Qui, nel pieno.
Mi allontano e guardo la filanda dalla pista di atterraggio. Un pieno architettonico, presente ieri e oggi. Un vuoto di ricordo, presente oggi. Volto le spalle alla filanda, accendo un’altra sigaretta per scandire il mio nuovo tempo sospeso.
Questo luogo sembra voler dimenticare se stesso, rimane solo ciò che si tramanda oralmente, nelle sbavature di un’immagine piena di sguardi fissi e mani congiunte. Un’immagine che non riconosce se stessa. Guardo tra le ombre dell’architettura e la ciminiera della filanda, tempo del lavoro, è ancora lì – nel mio nuovo tempo – presente, piena, imponente e silenziosa come un obelisco.
Torno allo studio. Voglio che un nuovo tempo mi porti a riflettere sul rapporto tra pieno e vuoto, tra memoria e oblio, tra tempo del ricordo e tempo del lavoro. Fisso a lungo dentro la realtà sconosciuta di quegli occhi, senza sentirmi sollevata, consapevole di avere occhi diversi. E cantano in coro le “maestrine”, con i loro sguardi pieni. E recitano il Rosario, le “maestrine”, per scandire il tempo del lavoro e proteggere se stesse. Si ricorda, dunque, senza certezze, mutando ogni volta la storia, creando un nuovo tempo, un nuovo angolo di storia. Decido così di voler ricordare, pregare, tornare a quella memoria incerta e donare un pensiero ai resti della storia, al tempo del lavoro, al tempo delle vite vissute.
Creare un nuovo tempo sospeso. Qui, nel pieno.

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Serena Fineschi, Nuovo Tempo Sospeso, 2012

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Serena Fineschi, Nuovo Tempo Sospeso, 2012

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Serena Fineschi, Nuovo Tempo Sospeso, 2012

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Serena Fineschi, Nuovo Tempo Sospeso, 2012

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Serena Fineschi, Nuovo Tempo Sospeso, 2012

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Serena Fineschi, Nuovo Tempo Sospeso, 2012

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Serena Fineschi, Nuovo Tempo Sospeso, 2012

Joao Freitas

Irene Fuga

Epopea Anemica, 2011
Mario Dellavedova e Irene Fuga

…telefonate: “va bene” …macchina in autostrada… ci si raccoglie le nostre metà e si arriva sul luogo che è sostanzioso.
Un po’ prima: ” …allora può andar bene… hai pensato a cosa fare? …  così li uniamo in loco…” ( che è sostanzioso e comunitario ).
Piano sequenza: arrivo, primi contatti con i presenti … dislocazione.
Ambientazione:  seduti a tavolate imbandite, gironzolando, dando occhiate … -dove ci mettiamo?-.
Scelta che ti sceglie o scelta preponderata?…
Continua ad arrivare gente: ci si mischia, ci si siede alle tavole imbandite, si invade anche il borgo.
Momenti di frastuono, momenti d’ozio… musica di sottofondo nel luogo ( che è sostanzioso ), comunitario e un poco frenetico.
Fuga: a godersi un po’ di paesaggio e dintorni.
Si finisce d’allestire l’ “epopea anemica” e l’ infilata di disegni.
Si curiosa qua e là … ci si continua a mischiare…
Eppoi via: ciascuno col proprio piano americano che ingloba l’artefatto ( non so se a regola d’arte ).
Si saluta e si ringrazia: per le colonne sonore, gli scambi, le proposizioni e le preposizioni, per il luogo ( che è sostanzioso: vita chiassosa silente ) che potrebbe essere, auguralmente, più frenetico e comunitario.

MD IF

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Mario Dellavedova e Irene Fuga, Epopea Anemica, 2011, ph. Beatrice El Asmar

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Mario Dellavedova e Irene Fuga, Epopea Anemica, 2011, ph. Marco Randighieri

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Mario Dellavedova e Irene Fuga, Epopea Anemica, 2011, ph. Lucia Fattorini

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Mario Dellavedova e Irene Fuga, Epopea Anemica, 2011, ph. Luca Calugi

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Mario Dellavedova e Irene Fuga, Epopea Anemica, 2011, ph. Luca Calugi

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Mario Dellavedova e Irene Fuga, Epopea Anemica, 2011, ph. Giulia Di Lenarda

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Mario Dellavedova e Irene Fuga, Epopea Anemica, 2011, ph. Elena El Asmar

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Mario Dellavedova e Irene Fuga, Epopea Anemica, 2011, ph. Elena El Asmar

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Mario Dellavedova e Irene Fuga, Epopea Anemica, 2011, ph. Elena El Asmar

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Mario Dellavedova e Irene Fuga, Epopea Anemica, 2011, ph. Elena El Asmar

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Mario Dellavedova e Irene Fuga, Epopea Anemica, 2011, ph. Claudio Maccari

Paola Gaggiotti

Federico Fusi

2010

La pietra “Roeh” esprime innanzi tutto una visione suggestiva di rappresentazione astratta; descrive nella sua parte superiore la plasticità dell’ebraico. Inoltre, nella corona di lingua italiana, tratta la continuità linguistica tra la scrittura ebraica e le lingue moderne che hanno ri-espresso la Parola nel nostro tempo.
La citazione biblica (cfr. Salmo 23) è Parola non mediata dal pensiero attuale.
Nell’assenza di mediazione risiede la difficile originalità, in antitesi al linguaggio complesso.

Romeo Giuli, ottobre 2010

Federico Fusi, 2010

Federico Fusi, 2010

Federico Fusi, 2010

Federico Fusi, 2010

Federico Fusi, 2010

Federico Fusi, 2010

Federico Fusi, 2010

Federico Fusi, 2010

Federico Fusi, 2010

Federico Fusi, 2010

Federico Fusi, 2010

Federico Fusi, 2010

Daniele Galliano

Larve, 2012

Con quello che sta succedendo vuoi che i morti non vengano a darci una mano?

 

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Daniele Galliano, Larve, 2012

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Daniele Galliano, Larve, 2012

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Daniele Galliano, Larve, 2012

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Daniele Galliano, Larve, 2012

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Daniele Galliano, Larve, 2012

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Daniele Galliano, Larve, 2012

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Daniele Galliano, Larve, 2012

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Daniele Galliano, Larve, 2012

 

 

Oliver Geils

Duality in Observation, 2013

This work was created in an effort to illustrate the duality between the observer, and that which is being observed. The resulting image being the point from which the observed is observing, yet presenting the wall as both a metaphoric and physical obstruction to that clarity of vision. This piece thus begins to break down that duality and make evident something that may be lacking in the way in which we, culturally have come to consume that which in many modes surrounds us visually, often resulting in a lack of conscious thought or moral recognition.

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Oliver Geils, Duality in Observation, 2013

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Oliver Geils, Duality in Observation, 2013

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Oliver Geils, Duality in Observation, 2013

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Oliver Geils, Duality in Observation, 2013

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Oliver Geils, Duality in Observation, 2013

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Oliver Geils, Duality in Observation, 2013

Bernardo Giorgi

in between (segnavento), 2010

Segnare il punto più alto, segnare un territorio, segnare il passaggio del vento che cambia repentinamente direzione. Un punto fermo per lo Stato di Filandia, un punto dove tanti altri punti passano, direttrici, linee, vettori…E’ certo che questa azione non ha causato alcun effetto. La sua sola forza è quella di marcare e ri-marcare il confine attraverso il movimento in molteplici direzioni, come corpi indipendenti, ciascuno dei quali viaggia lungo la propria traiettoria.
E’ possibile oggi parlare di poetica del confine? Forse sì se la si intende come la sperimentazione e scambio dei linguaggi e dei ruoli, e come parte di una poetica della mobilità.

 

Bernardo Giorgi

Bernardo Giorgi, in between (segnavento), 2010

Bernardo Giorgi

Bernardo Giorgi, in between (segnavento), 2010

Bernardo Giorgi

Bernardo Giorgi, in between (segnavento), 2010

Bernardo Giorgi

Bernardo Giorgi, in between (segnavento), 2010

Bernardo Giorgi

Bernardo Giorgi, in between (segnavento), 2010

Bernardo Giorgi

Bernardo Giorgi, in between (segnavento), 2010

Bernardo Giorgi

Bernardo Giorgi, in between (segnavento), 2010

Michele Guido

Filanda Garden project, 2011

Howea forsteriana, filo di seta, gesso, carta da lucido, inchiostro. Dimensioni ambiente

Howea

Le Howea sono un genere di palme sempreverdi, molto utilizzate come piante ornamentali nel XIX secolo per abbellire locali ampi e spaziosi, per la grazia delle fronde arcuate e gli eleganti fusti eretti. Il nome deriva dall’isola tropicale Lord Howe.
Viene oggi apprezzata anche per la rusticità e longevità in ambienti estremi; originarie delle zone tropicali boreali.

Morfologia

Hanno un breve fusto da cui partono lunghi e robusti piccioli che sostengono grandi fronde ricadenti con foglie bipennate molto lunghe, di colore verde scuro; in natura crescono fino a venti metri, in vaso raggiungono i 2,5–3 m di altezza.

Specie

Le specie utilizzate in appartamento sono: Howea forsteriana conosciuta come Kentia (nome della capitle dell’isola Lord Howe) con foglie pinnate e lunghe oltre i 2 metri par- ticolarmente leggere, in natura può raggiungere i 15 m di altezza con un diametro di due metri, le piante adulte portano mazzi ramificati di spighe con piccoli fiori di colore verde-marrone; Howea belmoreana nota come Palma Riccia simile alla precedente più alta e slanciata con una forma più appiattita delle fronde all’apice, mag- giore distanza tra le foglie e dimensioni maggiori, viene coltivata più raramente.

Coltivazione

Si adattano ad ogni esposizione anche in lieve penombra, preferendo ambienti luminosi ma non luce solare diretta, umidità ambientale me- dia. Durante la stagione estiva, si giovano dell’esposizione all’esterno in zona riparata luminosa ma non soleggiata.
Sono sensibili al freddo: richiedono una temperatura minima di 16-18 °C (in inverno possono sopportare brevemente una temperatura minima di 8 °C). Annaffiature regolari, moderate e frequenti, in estate spruzza- ture sulle foglie, in inverno somministrare raramente acqua a tempera- tura ambiente, possono sopportare brevi periodi di siccità. Concimare da aprile a settembre una volta al mese con un fertilizzante liquido completo. Di crescita piuttosto lenta, rinvasare in primavera, ogni tre anni, usando vasi molto profondi e terriccio ricco di sostanza organica misto a sabbia, ben    drenato, facendo attenzione a non danneggiare le radici; negli esemplari di grandi dimensioni è possibile rinterrare ogni 2-3 anni in primavera. La moltiplicazione avviene per seme o per divi- sione dei cespi (poco pratica negli appartamenti).

Avversità

Ragnetto rosso provoca ingiallimento delle foglie. Attacchi di cocciniglie piuttosto frequenti. Il fungo Phytophthora palmivora, originario dei Tropici, provoca necrosi e seccume delle foglie e, da solo o in associazione ad altre specie, è segnalato come agente causale di marciume radicale, favorito da condizioni ambientali caldo-umide e ristagno d’acqua. Eccessi nelle annaffiature, carenza d’umidità o correnti d’aria fredda provocano l’imbrunimento delle punte fogliari. Carenze di ferro e altri minerali nel fertilizzante provocano lo schiari- mento e la decolorazione fogliare.

da Wikipedia, l’enciclopedia libera

 

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Michele Guido, Filanda Garden project, 2011, ph. Elena El Asmar

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Michele Guido, Filanda Garden project, 2011, ph. Elena El Asmar

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Michele Guido, Filanda Garden project, 2011, ph. Elena El Asmar

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Michele Guido, Filanda Garden project, 2011, ph. Luca Calugi

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Michele Guido, Filanda Garden project, 2011, ph. Luca Pancrazzi

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Michele Guido, Filanda Garden project, 2011, ph. Luca Pancrazzi

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Michele Guido, Filanda Garden project, 2011, ph. Lucia Fattorini

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Michele Guido, Filanda Garden project, 2011, ph. Lucia Fattorini

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Michele Guido, Filanda Garden project, 2011, ph. Lucia Fattorini

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Michele Guido, Filanda Garden project, 2011, ph. Valentina Grandini

Helena Hladilova

Unique Pièce, 2012

 

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Helena Hladilova, Unique Pièce, 2012

Kinkaleri

Hanako Kumazawa

2011

Vissuto o non vissuto, le persone sempre hanno nostalgia del passato.
Solo che, una volta c’era un passato raccontato, tramandato; il passato dei genitori e dei nonni diveniva parte del passato dei figli.
Una stessa icona attraversava i secoli passando da generazione a generazione.
Oggi c’e’ un passato personale, che anche se raccontato non interessa nessuno, perché’ ognuno ha il suo: un passato limitato al vissuto individuale, un passato che nasce e muore insieme a chi lo ha vissuto e che crea icone temporanee e transitorie.
Le mie icone?
Oggetti di uso quotidiano, per esempio, una volta utili ma mai protagonisti; oggi viventi ancora nel mio ricordo con così tanta forza da costringere della pietra a prenderne la forma e farne simulacri.

per sempre non più’ utili

per sempre non più’ quotidiani

per sempre piccoli protagonisti

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Hanako Kumazawa, 2011, ph. Luca Pancrazzi

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Hanako Kumazawa, 2011, ph. Lucia Fattorini

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Hanako Kumazawa, 2011, ph. Lucia Fattorini

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Hanako Kumazawa, 2011, ph. Elena El Asmar

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Hanako Kumazawa, 2011, ph. Lucia Fattorini

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Hanako Kumazawa, 2011, ph. Lucia Fattorini

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Hanako Kumazawa, 2011, ph. Lucia Fattorini

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Hanako Kumazawa, 2011, ph. Lucia Fattorini

Yuki Ichihashi

Un Canto per la Filanda, 2012

In italiano si dice “Paesaggio”, in inglese “Landscape”, e in giapponese si dice “風景 Fūkei” o”景色 Keshiki”. Fū significa il vento, ideogramma di Kei significa il confine tra l’ombra e la luce oppure la forma che nasce dal contrasto tra luci ed ombre. Inoltre Shiki di “Keshiki” significa colore.

L’anno scorso, sono andata a vedere la mostra di Madeinfilandia 2011. E ho visto tanti lavori interessanti, ma quel luogo è anche un’ambiente meraviglioso. L’edificio principale è un’ex-filanda, ha un soffitto molto alto, è pieno di luce che arriva da grandi finestre. C’è poi un grande campo che era un campo di gelsi, di cui sono rimasti solo un po’ di alberi. Quest’anno ho visto che è diventato un grande tappeto di verde sul quale fioriscono tanti piccoli fiori gialli. C’è anche una piscina e una pista di atterraggio per gli aerei. Durante la mostra dell’anno scorso un aereo volava disegnando cerchi con il fumo sul cielo in un’omaggio all’opera di Dennis Oppenheim. Io ho camminato con gli altri artisti su questa lunga pista guardando il paesaggio circostante, era una giornata molto fredda e c’era il vento forte.

Camminando, passo dopo passo, sulla lunga pista di atterraggio, vedevo che eravamo solo noi, la terra e il cielo. Volevo utilizzare, tradurre, l’intera visione e l’esperienza della cognizione del mondo. Sopratutto mi interessava la percezione dell’ampiezza di quel campo, attraversare con lo sguardo il paesaggio e percepire la materialità dell’aria.
Mi chiedo qual è il confine spaziale, concettuale e formale di un’opera d’arte o di un’immagine, in uno spazio. La mia ricerca è orientata sul rapporto fra spazio espositivo e opera d’arte. Come si relaziona una struttura cognitiva, ad esempio un’immagine, allo spazio circostante. Ho cercato di creare un’opera che fosse in relazione con i fenomeni fisici naturali e la nostra percezione dell’ambiente.
Quando guardo un paesaggio guardo anche i fenomeni atmosferici e la loro esistenza perpetua. Il vento che scorreva sul campo ancora prima che gli alberi fossero stati piantati, o la luce del sole che scaldava la terra dopo il taglio di quelli stessi alberi. Penso che tutte le cose in natura siano collegate, ci sono tante cause alla base di un movimento, sia fisiche che psicologiche: gli spettatori che si muovono cercando il loro punto di vista, seguendo il movimento dei palloncini e i palloncini che si muovono perché c’è il vento.
Spesso penso al paesaggio come a un organismo incompiuto, oppure come a qualcosa che cresce in modo non uniforme. Aggiungendo un  elemento nuovo al paesaggio esistente si crea un’unione che annulla (oltrepassa) la distanza temporale, è come una musica; la storia del paesaggio e il nuovo paesaggio diventano una struttura sinfonica.

 

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Yuki Ichihashi, Un Canto per la Filanda, 2012

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Yuki Ichihashi, Un Canto per la Filanda, 2012

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Yuki Ichihashi, Un Canto per la Filanda, 2012

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Yuki Ichihashi, Un Canto per la Filanda, 2012

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Yuki Ichihashi, Un Canto per la Filanda, 2012

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Yuki Ichihashi, Un Canto per la Filanda, 2012

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Yuki Ichihashi, Un Canto per la Filanda, 2012

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Yuki Ichihashi, Un Canto per la Filanda, 2012

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Yuki Ichihashi, Un Canto per la Filanda, 2012

 

Giulio Lacchini

Francesco Lauretta

Apologhi, 2013

Disegnare i morti mi ha messo nella strana condizione di tenere fissi gli occhi sugli “occhi malinconici” e a percorrere le vie senza ritorno.
Da questa fine il segno era debole, debolissimo, tremante e sempre sul punto del disfarsi e in quel segno sentivo tutto il dissolvermi e il dissolverci dentro, me, e i morti mescolati assieme. In quel segno sì leggero e tremolante sentivo la mortalità concentrarsi negli occhi e nella mano, senza redenzione mia. E mentre cominciavo a disegnare loro mentre inseguivo le linee che si dissolvevano mi domandavo: Cosa devo guardare?
Ho costruito un luogo dove potermi mescolare ai morti.
Una riflessione su come testimoniare i morti è Apologhi.
E da una domanda rivolta al padre e da una sua risposta che spiegava la smemorata esperienza della morte di suo padre, Francesco Lauretta, ho cominciato a scrivere Apologhi.
E adesso tocca a noi?
[…]
Con Apologhi invitando ognuno a simulare la propria morte ho come voluto toccare quel momento ‘solo’… Curioso il commento di molti: “Sentivo la vita trascorrere intorno a me. Sentivo il pavimento muoversi, le presenze intorno, i mormorii: mi sentivo morto. La gente continuerà a passare dopo la mia morte, come è successo adesso mentre simulavo… È strano, strana la vita così…”.

Apologhi

Tutto si è svolto proprio stamattina prima di uscire dalla casa madre, mentre andavo a prendere le mie splendide infradito nere e gialle, mi sono fermato nella sua tana. L’ho visto: un animale quasi accucciato in una sedia a sdraio, bianco come morto, mio padre.
“Cosa ricordi del funerale di tuo padre?”
“Niente”
Lo vedo, mi guarda dal suo unico occhio vivo, l’altro è morto, nero, un buco buttato al di là di quanto vede, già sepolto e senza vita, e mi guarda anche con l’altro, quello morto intendo –mi rendo conto- come a condurmi all’inferno, anche me
“Niente”, ripeto, “niente? Cosa ricordi del funerale di mio nonno?”
Lui mi interrompe: “Del funerale di mio Padre, niente… Niente. Perché queste parole?”
Credo mi prenda in giro ma lo vedo serio, bianco straordinariamente bianco
“Le parole ‘funerale di tuo padre’ che parole credi che siano?, è solo curiosità la mia, null’altro, volevo ricordare, lo ricordo”
“Niente”, ripete.
Poi con fatica come se si rianimasse dice: “Niente, non ricordo niente. Non so quando è morto, il giorno, il mese, l’anno, niente, assolutamente niente ricordo, non so neanche se è morto mio padre” dice, “ ma credo di sì, non lo vedo e non lo ricordo più, non so niente e questo è tutto”
Lo guardo. Non so se è fortunato a non ricordare nulla della morte di suo padre, il suo funerale. Stupidamente mi domando se anche io non ricorderò niente della sua morte, di mio padre, e quel “niente” sparato dalla bocca di mio padre lo trovo pieno, perfetto, così come vorrei essere io-morto per quell’evento spaventoso di morte e successione: il resto. Come un disturbo, per la prima volta nella mia vita, intuisco la genialità di mio padre, un padre mostro, quasi perfetto.

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Francesco Lauretta, Apologhi, 2013

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Francesco Lauretta, Apologhi, 2013

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Francesco Lauretta, Apologhi, 2013

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Francesco Lauretta, Apologhi, 2013

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Francesco Lauretta, Apologhi, 2013

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Francesco Lauretta, Apologhi, 2013

H.H. Lim

Christiane Löhr

2010

Per la Filandia ho realizzato un lavoro che si integra nell’ambiente e vive in simbiosi con qualcosa già esistente.
Ho trovato una mensola con caratteristiche minimali e i miei tre lavori vi si attaccano come i coralli sulla roccia;
una piccola nuvola di semi di cardi sospesa,
una piccola colonna di crine di cavallo, che si tende verticalmente tra due cerchi di aghi
e una piccola montagna di semi di edera, che si appoggia sul legno.
I lavori cambiano la funzione dell’oggetto e aprono lo spazio.

 

Christiane Löhr

Christiane Löhr, 2010

Christiane Löhr

Christiane Löhr, 2010

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Christiane Löhr, 2010

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Christiane Löhr, 2010

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Christiane Löhr, 2010

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Christiane Löhr, 2010

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Christiane Löhr, 2010

Loredana Longo

scuola del pianto #3, 2013

performance

Mi piace fare le cose in cui la natura umana, quella più nascosta e la mia soprattutto, esca allo scoperto.

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Loredana Longo, scuola del pianto #3, 2013

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Loredana Longo, scuola del pianto #3, 2013

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Loredana Longo, scuola del pianto #3, 2013

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Loredana Longo, scuola del pianto #3, 2013

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Loredana Longo, scuola del pianto #3, 2013

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Loredana Longo, scuola del pianto #3, 2013

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Loredana Longo, scuola del pianto #3, 2013

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Loredana Longo, scuola del pianto #3, 2013

Justice will be done, 2012

performance incendiaria, 5 ottobre 2012

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Loredana Longo, Justice will be done, 2012

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Loredana Longo, Justice will be done, 2012

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Loredana Longo, Justice will be done, 2012

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Loredana Longo, Justice will be done, 2012

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Loredana Longo, Justice will be done, 2012

 

Wunderkammer/ germinator, 2011

Se vuoi creare, parti dalla materia, se vuoi ricostruire, prima devi distruggere.

WunderKammer= Stanza delle meraviglie, un luogo in cui collezionare gli oggetti del desiderio.
Migliaia di schegge di specchio e vetro ricoprono le pareti, il tetto ed infine anche il pavimento della minuta stanza esterna della Filanda. Un luogo privato, che si accende di piccole lame, inaccessibile eppure così attraente.  Una bellezza inquietante che nasce da un piccola fossa all’interno dello spazio, illuminata da una lampada che sembra permettere il germogliare dei vetri. Un germinatoio di schegge, che si propagano come un virus riempiendo tutto lo spazio.
Così l’ho visto dal primo momento, così era nel mio pensiero, così l’ho trasformato. I luoghi evocano sempre qualcosa, a me nel particolare qualcosa di devastante eppure attraente.

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Loredana Longo, Wunderkammer/germinator, 2011, ph. Elena El Asmar

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Loredana Longo, Wunderkammer/germinator, 2011, ph. Elena El Asmar

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Loredana Longo, Wunderkammer/germinator, 2011, ph. Eugenia Vanni

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Loredana Longo, Wunderkammer/germinator, 2011, ph. Luca Calugi

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Loredana Longo, Wunderkammer/germinator, 2011, ph. Luca Calugi

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Loredana Longo, Wunderkammer/germinator, 2011, ph. Luca Calugi

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Loredana Longo, Wunderkammer/germinator, 2011, ph. Luca Calugi

ph luca pancrazzi 1

Loredana Longo, Wunderkammer/germinator, 2011, ph. Luca Pancrazzi

ph luca pancrazzi 2

Loredana Longo, Wunderkammer/germinator, 2011, ph. Luca Pancrazzi

ph lucia fattorini 1

Loredana Longo, Wunderkammer/germinator, 2011, ph. Lucia Fattorini

ph lucia fattorini 2

Loredana Longo, Wunderkammer/germinator, 2011, ph. Lucia Fattorini

ph nathalie du pasquier

Loredana Longo, Wunderkammer/germinator, 2011, ph. Nathalie Du Pasquier

ph valentina grandini

Loredana Longo, Wunderkammer/germinator, 2011, ph. Valentina Grandini

Claudia Losi

nero:
coltello, forbice, mestolo, apriscatole, pomolo di vetro, chiodo, altro chiodo, altro coltello, maniglia, foglie di alluminio, gancio, spumarola, punteruolo, forchettone con manico d’argento, vite che non so cosa sia, altro che non so cos’è
:nero

filo di lana nero, oggetti vari, filo di ferro, carta, dimensioni: 245 cm
2013

Dove mi porti?
Non so se vi è mai capitato di dare le spalle a una montagna, e di sentirla premere dietro di voi. A volte le grandi masse della natura o della città interagiscono con noi in una specie di terra di nessuno, dove i loro volumi e i nostri prima si prolungano in modo invisibile, poi si mescolano tra loro. Anche se non li vediamo, ne sentiamo la presenza tattile, proprio come sotto il tavolo che li nasconde sentiamo i nostri piedi. Così per le cose, che sono la punta dell’iceberg di spazi più ampi e nascosti. E come campanili, alberi, vetrine di negozi, palazzi, anche le cose funzionano come punti di orientamento, attraverso i quali riusciamo a muoverci in un grande ecosistema fatto di oggetti e di intenzioni: una mappa dinamica per azioni possibili, in cui le cose sono luoghi di partenza, di arrivo e di transito, sono placente che ci accompagnano da una dimora a un’altra, da una zona a rischio a quella successiva, o sono crocevia portatili e porte girevoli. Siamo veramente liberi di muoverci come vogliamo, o le cose, silenziosamente, per piccoli aggiustamenti, modificano i nostri percorsi? Dove ci stanno portando?

M. Meschiari, tratto da Sei cose da chiedere alle cose, in Altro da cose., catalogo della mostra, Musei Civici, Modena, 2012

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Claudia Losi, nero:
coltello, forbice, mestolo, apriscatole, pomolo di vetro, chiodo, altro chiodo, altro coltello, maniglia, foglie di alluminio, gancio, spumarola, punteruolo, forchettone con manico d’argento, vite che non so cosa sia, altro che non so cos’è
:nero, 2013

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Claudia Losi, nero:
coltello, forbice, mestolo, apriscatole, pomolo di vetro, chiodo, altro chiodo, altro coltello, maniglia, foglie di alluminio, gancio, spumarola, punteruolo, forchettone con manico d’argento, vite che non so cosa sia, altro che non so cos’è
:nero, 2013

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Claudia Losi, nero:
coltello, forbice, mestolo, apriscatole, pomolo di vetro, chiodo, altro chiodo, altro coltello, maniglia, foglie di alluminio, gancio, spumarola, punteruolo, forchettone con manico d’argento, vite che non so cosa sia, altro che non so cos’è
:nero, 2013

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Claudia Losi, nero:
coltello, forbice, mestolo, apriscatole, pomolo di vetro, chiodo, altro chiodo, altro coltello, maniglia, foglie di alluminio, gancio, spumarola, punteruolo, forchettone con manico d’argento, vite che non so cosa sia, altro che non so cos’è
:nero, 2013

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Claudia Losi, nero:
coltello, forbice, mestolo, apriscatole, pomolo di vetro, chiodo, altro chiodo, altro coltello, maniglia, foglie di alluminio, gancio, spumarola, punteruolo, forchettone con manico d’argento, vite che non so cosa sia, altro che non so cos’è
:nero, 2013

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Claudia Losi, nero:
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:nero, 2013

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Claudia Losi, nero:
coltello, forbice, mestolo, apriscatole, pomolo di vetro, chiodo, altro chiodo, altro coltello, maniglia, foglie di alluminio, gancio, spumarola, punteruolo, forchettone con manico d’argento, vite che non so cosa sia, altro che non so cos’è
:nero, 2013

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Claudia Losi, nero:
coltello, forbice, mestolo, apriscatole, pomolo di vetro, chiodo, altro chiodo, altro coltello, maniglia, foglie di alluminio, gancio, spumarola, punteruolo, forchettone con manico d’argento, vite che non so cosa sia, altro che non so cos’è
:nero, 2013

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Claudia Losi, nero:
coltello, forbice, mestolo, apriscatole, pomolo di vetro, chiodo, altro chiodo, altro coltello, maniglia, foglie di alluminio, gancio, spumarola, punteruolo, forchettone con manico d’argento, vite che non so cosa sia, altro che non so cos’è
:nero, 2013

Claudio Maccari

2010

 

Cari amici che vi accingete a varcare i confini di Filandia, vorrei darvi alcuni suggerimenti che penso possano esservi utili per muovervi con disinvoltura in questo paese.
Ecco un breve decalogo, sappiate che:
Parcheggiare non è un problema c’è sempre qualcuno che ti cede il posto.
Le persone saranno amichevoli, sorridenti e ben disposte.
Si conversa amabilmente anche tra persone che sostengono tesi
assolutamente divergenti.
Si ride sempre e soprattutto di se stessi.
Si gioca sempre, ma non si perde e non si vince, si gioca e basta.
Quando si gareggia si arriva sempre insieme.
Non ci si difende, perché non si conosce l’offesa.
La ragione e il torto sono sconosciuti, la ragione appartiene a tutti e il torto non esiste.
Chi è più bravo di chi, e chi è chi?
La moneta corrente di Filandia è la comprensione.
Sarà un viaggio meraviglioso…

C. M.

 

Claudio Maccari, 2010

Claudio Maccari, 2010

Claudio Maccari, 2010

Claudio Maccari, 2010

Claudio Maccari, 2010

Claudio Maccari, 2010

Claudio Maccari, 2010

Claudio Maccari, 2010

Claudio Maccari, 2010

Claudio Maccari, 2010

Claudio Maccari, 2010

Claudio Maccari, 2010

Claudio Maccari, 2010

Claudio Maccari, 2010

 

 

Elisa Macellari

Marco Andrea Magni

Francesco Maluta

Sonia Marcacci

Andrea Marescalchi

Del cinghiale illuminato, 2010

Rotto il principio comune anche nella nostra locale Brocelandia con la sua non boriosa presenza borea si mostra da vinto nell’attuale ciclo disneyano così il nostro solitario terzo avatara nascosto dai propri alberi ed alla luce dei sette buoi appare sbiancato dunque facile preda del temporale nella sua tradizione atalantica.

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1:7 = 0,142857142857142857142857142857142857142857142857142857142857142857….

142857 x 1 = 142857 – 142857 x 2 = 285714 – 142857 x 3 = 428571 – 142857 x 4 = 571428 –
142857 x 5 = 714285 – 142857 x 6 = 857142 – 142857 x 7 = 999999

142 + 857 = 999 – 14 + 28 + 57 = 99 – 1 + 4 + 2 + 8 + 5 + 7 = 27 2 + 7 = 9

Andrea Marescalchi, Del cinghiale illuminato, 2010

Andrea Marescalchi, Del cinghiale illuminato, 2010

Andrea Marescalchi

Andrea Marescalchi, Del cinghiale illuminato, 2010

Andrea Marescalchi

Andrea Marescalchi, Del cinghiale illuminato, 2010

Andrea Marescalchi

Andrea Marescalchi, Del cinghiale illuminato, 2010

Andrea Marescalchi

Andrea Marescalchi, Del cinghiale illuminato, 2010

Andrea Marescalchi

Andrea Marescalchi, Del cinghiale illuminato, 2010

Amedeo Martegani

2010

Da: Amedeo Martegani

Oggetto: Re: testo

Data: 20 novembre 2010 15.39.25 GMT+01.00

A: Made in Filandia <info@madeinfilandia.org>

 

Ciao Elena,
Sai che proprio non saprei che scrivere…?
Non sarebbe bello che il Presidente Pancrazzi lo scrivesse al posto mio?
Cinque righe di quello che gli è sembrato, due righe di com’è andata e credo
sarebbe molto meglio del mio descrivere la stanza dagli specchi girati verso
le lampade…
Veramente proprio non saprei autocommentarmi, oltre al fatto che mi è molto
piaciuto stare lì con voi, passeggiare in collina, insultare i cacciatori,
assaggiare le focacce, bere dai cartoni col rubinettino e curiosare nello
studio di Luca…
Baci

Amedeo

Amedeo Martegani

Amedeo Martegani

Amedeo Martegani

Amedeo Martegani

Amedeo Martegani

Amedeo Martegani

Amedeo Martegani

Amedeo Martegani

Amedeo Martegani

Amedeo Martegani

Amedeo Martegani

Amedeo Martegani

Amedeo Martegani

Amedeo Martegani

Amedeo Martegani

Amedeo Martegani

Amedeo Martegani

Amedeo Martegani

Jacopo Mazzetti

2012

Il processo di trasformazione di un organismo vivente in fossile può durare diversi milioni di anni. Questa serie di piatti percorre a ritroso lo stesso procedimento energetico, connettendo l’azione del mangiare a quella di un archeologo che lentamente definisce ed estrae forme di vita paleolitiche dalla roccia. Il primo atto scultoreo riguardante la chimica del corpo individuale è in diretta fusione con la definizione del corpo espanso, in un meccanismo che suggerisce come le nostre scelte alimentari hanno un potente influsso diretto non solo su noi stessi ma anche sull’habitat in cui viviamo.

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Jacopo Mazzetti, 2012

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Jacopo Mazzetti, 2012

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Jacopo Mazzetti, 2012

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Jacopo Mazzetti, 2012

Alessandro Mencarelli

Obbligo di Firma, 2012

L’obbligo di firma è nel linguaggio corrente di chi ha pratica di vicende giudiziarie l’obbligo di presentazione alla Polizia Giudiziaria; una delle misure, seppure la più blanda, adottate dal giudice durante il processo nei confronti dell’imputato che si ritiene pericoloso e costituisce una privazione della sua libertà essendogli imposto di presentarsi ad un determinato orario presso la polizia.

Questo mio lavoro è dunque un lavoro sulla libertà, sperimentata nel suo avere un limite, il più formale, quello imposto da un provvedimento dell’autorità giudiziaria, attraverso la persona che questo limite porta con sé e contemporaneamente viverla nel luogo della sua massima estensione: il contesto di umanità molteplice e diversa dove l’arte avviene.

Tutto questo è stato possibile perché io sono anche  un avvocato penalista e un mio assistito già sottoposto a quell’obbligo, Sidy, senegalese e venditore di borse, non sempre originali, ha accettato di condividere con me questa esperienza: partecipare a Madeinfilandia.

Un percorso complesso che ha il suo centro nel confronto e nell’interazione fra due mondi assai distanti, se non antitetici fra loro, e le loro diverse pratiche.

Da un lato l’obbligo (di firma, in questo caso), imposto dalla legge e dal giudice e dall’altro la libertà di esprimersi, di fare arte e condividerla.

E’ stato dunque necessario ottenere un’autorizzazione dal giudice, poi presentarsi ai Carabinieri di Pergine Valdarno e lì per ognuno dei quattro giorni di MadeinFilandia tornare una volta al giorno per mettere la firma su un registro, sia pur modesto, creato per l’occorrenza.

Tutto documentato in ossequio al nostro codice di procedura penale, secondo le regole di legge.

E nello stesso tempo io e Sidy a condividere con tutti gli altri il luogo e l’esperienza dell’arte, la libertà di stare assieme, di conoscersi, parlarsi e anche divertirsi.
Un’esperienza di grande nutrimento ed amicizia.

Ogni tanto, per Sidy, l’impegno di sedersi in un minuscolo spazio a leggere, a voce alta, versi di Senghor, poeta senegalese.

Ed ancora di “firmare” con il suo nome non un registro ma questa volta borse, certamente originali, da vendere a chi ne fosse interessato.

Dopo di allora, nel frattempo, Sidy è finito nuovamente in prigione e da lì per me e per voi legge ancora i versi di Senghor:

“..J’entends le souffle de l’aurore émouvant les nuages blancs de mes rideaux
J’entends la chanson du soleil sur mes volets mélodieux..”.

Pistoia, 31 dicembre 2012

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Alessandro Mencarelli, Obbligo di firma, 2012

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Alessandro Mencarelli, Obbligo di firma, 2012

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Alessandro Mencarelli, Obbligo di firma, 2012

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Alessandro Mencarelli, Obbligo di firma, 2012

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Alessandro Mencarelli, Obbligo di firma, 2012

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Alessandro Mencarelli, Obbligo di firma, 2012

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Alessandro Mencarelli, Obbligo di firma, 2012

Franco Menicagli

Jacopo Miliani

2011

“Il film si conclude con Totò e Davoli
che gridano:
“È la felicità, è la felicità!” Appare a
quel punto la didascalia finale: “Essere
morti o essere vivi è la stessa cosa”.

Pier Paolo Pasolini, “La terra vista dalla luna” 1966

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Jacopo Miliani, 2011, ph. Beatrice El Asmar

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Jacopo Miliani, 2011, ph. Eugenia Vanni

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Jacopo Miliani, 2011, ph. Eugenia Vanni

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Jacopo Miliani, 2011, ph. Giulia Di Lenarda

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Jacopo Miliani, 2011, ph. Giulia Di Lenarda

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Jacopo Miliani, 2011, ph. Giulia Di Lenarda

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Jacopo Miliani, 2011, ph. Luca Calugi

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Jacopo Miliani, 2011, ph. Luca Calugi

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Jacopo Miliani, 2011, ph. Luca Calugi

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Jacopo Miliani, 2011, ph. Luca Calugi

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Jacopo Miliani, 2011, ph. Luca Calugi

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Jacopo Miliani, 2011, ph. Luca Pancrazzi

ph luca pancrazzi 2

Jacopo Miliani, 2011, ph. Luca Pancrazzi

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Jacopo Miliani, 2011, ph. Luca Pancrazzi

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Jacopo Miliani, 2011, ph. Lucia Fattorini

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Jacopo Miliani, 2011, ph. Lucia Fattorini

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Jacopo Miliani, 2011, ph. Nathalie Du Pasquier

Concetta Modica

l‘età del dubbio, 2013
Concetta Modica/Sophie Usunier

L’età del dubbio è nato in estate durante una residenza a Scicli.
Il titolo prende spunto da un titolo di Andrea Camilleri, un rinvio chiaro alla città del famoso commissario in cui stavamo per vivere un mese.

Il blog è nato per comunicare quello che vivevamo in Sicilia, dai nostri dubbi, come artiste ma anche come donne, come esseri umani nel mondo. Abbiamo deciso di non parlare solo di noi, ma di chiedere ad amici, conoscenti, artisti e vari interlocutori di raccontarci i loro dubbi. Come alla ricerca di un testo, di uno specchio, di parole simili alle nostre o lontane, per creare una confusione una fusione tra parole di un argomento che riguarda tutti.

L’età del dubbio è un punto di tante domande che chiediamo a noi stesse ma anche agli altri. Siamo del parere che dalle risposte altrui nascerà una risposta comune, o almeno un terreno fertile dove i dubbi condivisi e seminati porterano nuovi orizzonti da esplorare.

Ci tenevamo molto a una tappa in Filandia per presentare il progetto, perché qui sono nati gli inizi, senza ancora saperlo. Senza il nostro incontro a Made in Filandia 2012, non sarebbe partito niente.

letadeldubbio.blogspot.it

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Concetta Modica/Sophie Usunier, l’età del dubbio, 2013

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Concetta Modica/Sophie Usunier, l’età del dubbio, 2013

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Concetta Modica/Sophie Usunier, l’età del dubbio, 2013

Formicaio/Anthill, 2012

Una macchina da cucire e un ombrello si incontrarono su un tavolo di dissezione un po’ di anni fa nell’incontro più famoso della storia dell’arte. Erano I Canti di Maldoror del Conte di Lautréamont amati poi da André Breton e dai surrealisti.
Uno di quegli incontri che ha cambiato ancora l’idea di bellezza, se mai ne può esistere uno. Una bellezza, tale solo nel segno dell’alterità e dell’inverosimile.
Pensando alla filanda come luogo per nuovi incontri, un luogo geografico con un nome coniato da artisti ho immaginato una macchina da cucire che incontra una formica su un campo di grano.
Una macchina da cucire che diventa un formicaio, un luogo, una nuova geografia.
Le formiche così operose come chi lavorava in filanda.
Un incontro atipico, tra diversità, un tipo di incontro che può far accadere delle cose, aggiungere, creare spaesamenti.
Un po’ come quando ci si trova in un altro paese.
Tutto può succedere in Filandia.

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Concetta Modica, Formicaio/Anthill, 2012

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Concetta Modica, Formicaio/Anthill, 2012

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Concetta Modica, Formicaio/Anthill, 2012

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Concetta Modica, Formicaio/Anthill, 2012

Andrea Montagnani

16 giri, 2010

Video installazione | 2 monitor LCD 7’ | 2 DVD audio video sincronizzati in autoloop | 03:00 min

Sedici sono i giri massimi al centimetro del “filato ritorto di seta per trama”, ottenuto dalla torsione in un solo senso di uno o più fili di seta cruda.
Sedici sono le ore che una filatrice poteva arrivare a trascorrere durante il suo turno di lavoro all’interno della Filanda.
L’opera nasce da qui, da un inevitabile dialogo con il luogo che la ospita e con il suo passato. Un passato in cui la donna era la principale detentrice della techne, un codice di gesti e saperi acquisito e tramandato nell’arco di una vita.
Una novella Aracne si fa tessitrice di una trama fatale, la sua medesima, condannata dalla ripetizione meccanica del lavoro

Andrea Montagnani, 16 giri, 2010

Andrea Montagnani, 16 giri, 2010

Andrea Montagnani, 16 giri, 2010

Andrea Montagnani, 16 giri, 2010

Andrea Montagnani

Andrea Montagnani, 16 giri, 2010

Andrea Montagnani

Andrea Montagnani, 16 giri, 2010

Andrea Montagnani

Andrea Montagnani, 16 giri, 2010

Andrea Montagnani

Andrea Montagnani, 16 giri, 2010

Andrea Montagnani

Andrea Montagnani, 16 giri, 2010

Maria Morganti

Maurizio Nannucci

2011

Maurizio Nannucci, 2011

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Maurizio Nannucci, 2011, ph. Eugenia Vanni

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Maurizio Nannucci, 2011, ph. Eugenia Vanni

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Maurizio Nannucci, 2011, ph. Eugenia Vanni

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Maurizio Nannucci, 2011, ph. Eugenia Vanni

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Maurizio Nannucci, 2011, ph. Eugenia Vanni

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Maurizio Nannucci, 2011, ph. Giulia Di Lenarda

Massimo Nannucci

Sîrsâsana, 2012

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Massimo Nannucci, Sîrsâsana, 2012

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Massimo Nannucci, Sîrsâsana, 2012

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Massimo Nannucci, Sîrsâsana, 2012

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Massimo Nannucci, Sîrsâsana, 2012

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Massimo Nannucci, Sîrsâsana, 2012

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Massimo Nannucci, Sîrsâsana, 2012

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Massimo Nannucci, Sîrsâsana, 2012

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Massimo Nannucci, Sîrsâsana, 2012

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Massimo Nannucci, Sîrsâsana, 2012

Adriano Nasuti Wood

Marco Neri

Nero/Alessandro Neretti

Inside the theoretical landscape #2, 2013.

Esercizio Personale, 23-06-2013
Palle da bowling, rami di legno, dimensioni variabili

Nel primo progetto (inside the theoretical landscape, 2012) si ponderava la possibilità di creare un paesaggio teorico tramite la commistione tra industria/macchina e arte/uomo; in inside the theoretical landscape #2, invece, si prende in esame la possibilità di (ri)creare un immaginario paesaggio siderale ove i pianeti costituiscono il fulcro teorico attorno al quale si sviluppa il progetto.
La realizzazione di Inside the theoretical landscape #2 si inserisce in un ampio scenario astrale prestabilito, poiché il 23 giugno 2013 è il momento dell’anno nel quale la distanza tra il “nostro” satellite Luna e la Terra è minore.
Interessante è sapere che questo fenomeno, chiamato scientificamente perigeo lunare o in maniera meno astronomica superluna, si è verificato solo una dozzina di volte dal 1950 ad oggi.
La superluna permette all’opera di godere di una straordinaria luce naturale grazie alla quale cresce la sensazione che questo paesaggio teorico stia in qualche modo lasciando la sua forma concettuale per attivare una  mutazione in qualcosa di più tangibile.
La verde distesa accanto alla Filanda ospita le perfette sfere, naturalmente innalzate, in un crepuscolare limbo che interroga spazio e osservatore, tramite la propria presenza, ponendo nuovamente la primordiale questione sull’uomo, il Pianeta, l’Universo.

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Nero/Alessandro Neretti, Inside the theoretical landscape #2, 2013

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Nero/Alessandro Neretti, Inside the theoretical landscape #2, 2013

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Nero/Alessandro Neretti, Inside the theoretical landscape #2, 2013

inside the theoretical landscape, 2012

Esercizio Personale, 23-06-2013
portacanna da pesca in alluminio, raccordo a tre vie in ottone, tubo in gomma, dimensioni variabili

Come la stessa natura ha mutato nel tempo la propria forma, anche “l’uomo economico” ha determinato un’alterazione del paesaggio dovuta al suo impatto poiché abita, produce, consuma, costruisce, coltiva, fabbrica, traffica. La rilevanza economica di un territorio indica che la struttura del comprensorio è in grado di sostenere elevati livelli produttivi in determinati settori, che le potenzialità economiche possono attrarre forza-lavoro e sono sfruttate, in modo soddisfacente, da gruppi umani e società attrezzate per farlo. Il paesaggio, ricreato in maniera teorica, collega linea e osservatore permettendo di poterne immaginare nuove e naturalistiche ipotesi future. Una serie di elementi di produzione industriale (nautica, meccanica, metallurgica) sono assemblati senza essere modificati studiandone attentamente le loro specifiche tecnico-meccaniche diventando così una nuova entità, un nuovo elemento che nella sua struttura racchiude differenti componenti, frutto della connessione tra maxi produzione e singolo intelletto.
Il risultato è un modulo treppiede che può variare in altezza e larghezza trasformando la sua forma e la sua percezione a seconda della sua disposizione e del numero degli elementi impiegati. Il ready-made, nel nuovo millennio, si trova cosi a confronto con una nuova evoluzione, una sorta di trasformazione tipica degli elementi naturali e dei progetti umani, in costante mutamento, in continua ricerca.

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Nero/Alessandro Neretti, inside the theoretical landscape, 2012

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Nero/Alessandro Neretti, inside the theoretical landscape, 2012

Delirio Filand(i)ese, 2011

1 – Gentilissimi,
vi contatto per conoscere la modalità di partecipazione al progetto MADEINFILANDIA 2011.
In attesa di un vostro riscontro, porgo cordiali saluti.
Nero/Alessandro Neretti

2 – Aghi di pino. Mazzette da due aghi. Mazzette da tre aghi (variabile). X casi in Y elementi…

3 – …durante la notte forte scossa di terremoto alla filanda sbatacchia veicolo uso abitazione…

4 – Inizialmente, era balenata nella mia mente l’ipotesi di realizzare un ponte (per ponte intendo un ponte vero e proprio) che potesse permettere alle persone di attraversare il torrente da un argine all’altro.
Analizzando l’elemento ponte e confrontandolo con la realtà contemporanea ho pensato che fosse di gran lunga più adatta la produzione di un ponte non ponte. Di un collegamento non fisico ma concettuale, che suggerisce di non delimitare il territorio/individuo, ma aprire a un dialogo che manca. Il dialogo dello sviluppo.
Il dialogo si è così aperto nei confronti della natura residua, del bilico trasparente, del ludico ripetersi.
Una sorta di ordine muto e costante formato da elementi unici utilizzati per tracciare quella linea che marca lo spazio.
Il ponte sullo stretto.

5 – In mezzo alla natura ho per giorni vissuto e lavorato nella più completa mancanza di campo*.

6 – VIETATO TUFFARSI NELLA PISCINA SENZA ROTAZIONI SULL’ASSE VERTICALE E/O ORIZZONTALE

7 – Non pensavo di riuscire a realizzare un “ponte” infilando su di un sottile filo di bava da pesca una serie sterminata di aghi di pino… ma ci sono riuscito e questo mi ha permesso di essere appagato, di donare nuovo concetto al territorio che mi ha ospitato, di porre interrogativi.

8 – Dopo una super pizzata, al ritorno verso la Filanda, un local munito di super jeep 4×4 ci offre un passaggio, che noi rifiutiamo (vista la nostra volontaria e rilassata condizione campestre). Pochi secondi dopo, lo stesso, sbaglia l’imbocco dello stradello e s’infila tra i filari di viti. La nostra scelta non poteva essere più azzeccata.

9 – Grazie.

……………………………………………………………………………………………………

*Per campo s’intende la linea immaginaria che permette la comunicazione tra apparecchi telefonici senza fili, posti a distanza variabile.

 

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Nero/Alessandro Neretti, 2011, ph. Elena El Asmar

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Nero/Alessandro Neretti, 2011, ph. Elena El Asmar

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Nero/Alessandro Neretti, 2011, ph. Eugenia Vanni

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Nero/Alessandro Neretti, 2011, ph. Giulia Di Lenarda

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Nero/Alessandro Neretti, 2011, ph. Luca Calugi

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Nero/Alessandro Neretti, 2011, ph. Luca Calugi

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Nero/Alessandro Neretti, 2011, ph. Luca Pancrazzi

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Nero/Alessandro Neretti, 2011, ph. Luca Pancrazzi

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Nero/Alessandro Neretti, 2011, ph. Luca Pancrazzi

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Nero/Alessandro Neretti, 2011, ph. Luca Pancrazzi

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Nero/Alessandro Neretti, 2011, ph. Lucia Fattorini

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Nero/Alessandro Neretti, 2011, ph. Lucia Fattorini

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Nero/Alessandro Neretti, 2011, ph. Lucia Fattorini

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Nero/Alessandro Neretti, 2011, ph. Nero/Alessandro Neretti

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Nero/Alessandro Neretti, 2011, ph. Nero/Alessandro Neretti

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Nero/Alessandro Neretti, 2011, ph. Nero/Alessandro Neretti

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Nero/Alessandro Neretti, 2011, ph. Nero/Alessandro Neretti

 

Oh Petroleum

Propaganda, 2013

Maurizio Vierucci, in arte Oh Petroleum, per elaborare la sua performance, prende spunto dall’azione di propaganda di lanciare volantini in tempo di guerra sulle trincee e sulle terre occupate con lo scopo di influenzare e minare le idee e la volontà del nemico. L’intenzione non è la stessa anche se l’azione è identica. Stampare su volantini gli spartiti dei propri brani, senza titolo, senza nessuna indicazione particolare se non l’invito a raggiungere l’artista e suonare con lui la musica scritta in quegli spartiti. I volantini sono stati realmente lanciati da un aereo perché arrivassero sul paese più vicino e le zone circostanti. Il concerto ha avuto luogo il giorno stabilito, nessuno ha accettato l’invito.

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Oh Petroleum, Propaganda, 2013

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Oh Petroleum, Propaganda, 2013

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Oh Petroleum, Propaganda, 2013

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Oh Petroleum, Propaganda, 2013

Francesco Oliveto

Giovanni Ozzola

2010

Siamo appena tornati da Istanbul, un luogo sempre lontano e misterioso che però conosco in modo atavico e con cui condivido delle storie, una mia personale ed una nostra.
Ricordare quei giorni trascorsi mi provoca nostalgia, la solita qualità di sentimento che provo pensando ad alcuni momenti nei miei ricordi. Non è stata una meta da raggiungere ma un tornare ad un luogo che conosco.
Non avevo nostalgia di casa perché era con me.

Il treno è partito con 5 minuti di ritardo.
Viaggio da Firenze a Roma e sto leggendo le email che mi arrivano, sono tutte dei regali di tante persone da punti svariati del mondo; una in particolare arriva da punkrazzi, questa lettera** più che al ricordo di una persona mi porta immediatamente ad una condizione: il mio lavoro parte da questa differenza.
L, E ed O sono alla Filanda; li vivo e li ho conosciuti in momenti diversi, sono individui con singole storie ma alla Filanda sono una cosa sola.
L’idea che diversi individui possano costituire un’entità unica è profondamente affascinate.
Una sorta di fusione di materia che non è fisica ma mentale.
Una condizione che parte da una generosità e da un fondamentale impulso di vita.

Questa email viene da un luogo mentale che ai miei occhi si manifesta, in questo caso, come reale.
La casa, voglio dire il simbolo casa, è un luogo dove la sicurezza e la felicità si rivelano e credo che assieme queste due condizioni possano definire il concetto di serenità.
Il cuore è il ritmo che dà e scandisce i nostri giorni; il dare e l’offrire li chiamiamo generosità ma in realtà l’offrire ed il condividere sono molto più complessi, hanno più sfaccettature ed hanno ovviamente delle componenti che gratificano il proprio ego: è un fondersi ricevendo piacere e donandolo.
Come in un amplesso dove soddisfare il proprio piacere provoca il piacere altrui o viceversa soddisfare l’altrui piacere soddisfa anche il nostro.

un giorno ci siamo respirati e poi il battito del cuore

** che mi suggerisce di scrivere e mi riporta agli sham69 e gbh.

Giovanni Ozzola, 2010

Giovanni Ozzola, 2010

Giovanni Ozzola, 2010

Giovanni Ozzola, 2010

Giovanni Ozzola, 2010

Giovanni Ozzola, 2010

Giovanni Ozzola, 2010

Giovanni Ozzola, 2010

Giovanni Ozzola, 2010

Giovanni Ozzola, 2010

Pierpaolo Pagano

2010

 

Pieve a Presciano, 18 settembre 2010

in-terno es-terno nello studio residenza di Luca Pancrazzi dove si fondono e confondono in un mosaico intellettuale segni e disegni.

 

Pierpaolo Pagano, 2010

Pierpaolo Pagano, 2010

Pierpaolo Pagano, 2010

Pierpaolo Pagano, 2010

Pierpaolo Pagano, 2010

Pierpaolo Pagano, 2010

Pierpaolo Pagano, 2010

Pierpaolo Pagano, 2010

Pierpaolo Pagano, 2010

Pierpaolo Pagano, 2010

Pierpaolo Pagano, 2010

Pierpaolo Pagano, 2010

Pierpaolo Pagano, 2010

Pierpaolo Pagano, 2010

Pierpaolo Pagano, 2010

Pierpaolo Pagano, 2010

Cristiana Palandri

2011

“Qui le cornacchie muoiono di fame, qui il cervo paziente
Genera solo prede. Fra la palude soffice
E il soffice cielo, ben poco spazio esiste
Per il salto e il volo. La sostanza si sgretola, nell’aria
Sottile fredda luna, calda luna. La strada s’attorce
Nell’indolenza dell’antica guerra
Languore d’acciaio spezzato,
Clamore d’errore confuso,
Adatto al silenzio. La memoria è forte
Oltre le ossa. L’orgoglio è battuto,
E l’ombra dell’orgoglio è lunga, nel lungo passo
Non c’è unione d’ossa.”

T.S.Eliot

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Cristiana Palandri, 2011, ph. Luca Calugi

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Cristiana Palandri, 2011, ph. Luca Calugi

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Cristiana Palandri, 2011, ph. Luca Pancrazzi

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Cristiana Palandri, 2011, ph. Nero/Alessandro Neretti

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Cristiana Palandri, 2011, ph. Luca Pancrazzi

Cristina Pancini

Luca Pancrazzi

Mappa del cielo fuori registro, 2010

Filandia 18 luglio 2010
Qualche anno fa, sollecitato e incuriosito dalle richieste di Michela Eremita, sono finito a passare qualche giorno intorno all’Amiata. Erano altri tempi… e allora spendevo il mio, soprattutto lungo le autopiste italiane e non, e in città di tutti i tipi.
Erano tempi veloci dove sbrigavo l’ufficio in auto e qualche volta anche i migliori progetti nascevano durante un sorpasso.
Ho guidato sino al casello più vicino poi, eccitato dalle prime curve, ho iniziato ad apprezzare la mia nuova auto. Questo è durato poco, pochissimo, alla terza curva il mio passeggero si è ricordato di soffrire tali movimenti, così il monte Amiata è diventato un’esperienza lenta e piena di vento, aria, lunghi paesaggi lontani, luce, stelle.
Non ricordo quanto sia rimasto su quella montagna, un giorno, un’ora, una settimana, ma ho molte immagini in memoria che ne rinnovano l’esperienza.
Il cielo, una passeggiata sotto le stelle, è stato particolarmente illuminante e, camminando in fila indiana con gli altri, appena il sentiero mi ha permesso un sorpasso ho avuto una idea per un lavoro.
Si chiama Mappa del Cielo Fuori Registro.
Ho quindi consultato per interposta persona un astrofilo, che mi fornì la mappa del cielo richiesta. Però non lo incontrai mai e anche il progetto non fu realizzato.
Una sera di qualche sttimana fa ho incontrato un astrofilo che essendo amico di amici è venuto in Filandia ad osservare questo cielo esotico. Ho parlato del mio vecchio progetto ed abbiamo scoperto di essere stati noi due quelli che non eravamo in contatto diretto molti anni prima. Adesso questa idea si potrà realizzare interpretandola alla maniera filandese.
In piscina, le stelle si specchiano oppure riflettono.

Milano, primavera 2001
Sulla piattaforma per l’osservazione del cielo sarà impressa una mappa stellare dell’emisfero opposto a quello che vediamo in tempo reale sopra di noi.
Capiterà, anche se raramente, forse quasi mai, che una o più stelle reali si specchino dentro le stelle impresse nella nostra piattaforma.
Questo sarà un segno amministrato dal caso o dall’empirismo che verrà letto come un augurio di sensibilità in chi osserva. Simbolicamente, sdraiandoci sulla piattaforma, potremmo sentirci un po’ sospesi tra i due emisferi, la terra non ha più massa e lascia vedere il cielo a 360 gradi in ogni angolazione. La terra siamo noi (osservatori). La piattaforma per l’osservazione del cielo sarà punzonata con tasselli dalla testa di acciaio lucido e specchiante del diametro di un paio di centimetri per poter conservare nel tempo la brillantezza della specularità. Altri gadgets saranno disponibili al negozio del parco!
Per poter avere indicazioni precise sulle mappe stellari del cielo contrapposto al nostro, dovremmo stabilire una data simbolica sulla base della quale verrà ricavata la mappa del cielo necessaria. Questa sarà in funzione di un momento preciso, scientifico per la lettura astronomica oppure legata alla storia del parco.

Luca Pancrazzi, Mappa del cielo fuori registro, 2010

Luca Pancrazzi, Mappa del cielo fuori registro, 2010

Luca Pancrazzi, Mappa del cielo fuori registro, 2010

Luca Pancrazzi, Mappa del cielo fuori registro, 2010

Luca Pancrazzi, Mappa del cielo fuori registro, 2010

Luca Pancrazzi, Mappa del cielo fuori registro, 2010

Luca Pancrazzi, Mappa del cielo fuori registro, 2010

Luca Pancrazzi, Mappa del cielo fuori registro, 2010

Luca Pancrazzi, Mappa del cielo fuori registro, 2010

Luca Pancrazzi, Mappa del cielo fuori registro, 2010

Luca Pancrazzi, Mappa del cielo fuori registro, 2010

Luca Pancrazzi, Mappa del cielo fuori registro, 2010

Luca Pancrazzi, Mappa del cielo fuori registro, 2010

Luca Pancrazzi, Mappa del cielo fuori registro, 2010

Luca Pancrazzi, Mappa del cielo fuori registro, 2010

Luca Pancrazzi, Mappa del cielo fuori registro, 2010

Luca Pancrazzi, Mappa del cielo fuori registro, 2010

Luca Pancrazzi, Mappa del cielo fuori registro, 2010

Pantani-Surace

Sweet Sound of my Perfume, 2012

Le telefonate con i mazzi dei fiori in mano.
Il passaggio, il suono, l’inconsulto movimento, sembrano prendere a cazzotti i petali le foglie… attenzioni che si accavallano senza nessuna pietà.
Prendersi tempo alla Filandia è fondamentale. Appesi al centro della cupola della ghiacciaia ripulita da noi, i nostri cellulari legati a un mazzo di fiori bianchi sospesi da una bava di nylon.
Il numero delle telefonate, ricevute durante la permanenza, ha determinato il vibrare dei petali, delle foglie e l’espansione del loro profumo.

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Pantani-Surace, Sweet Sound of my Perfume, 2012

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Pantani-Surace, Sweet Sound of my Perfume, 2012

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Pantani-Surace, Sweet Sound of my Perfume, 2012

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Pantani-Surace, Sweet Sound of my Perfume, 2012

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Pantani-Surace, Sweet Sound of my Perfume, 2012

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Pantani-Surace, Sweet Sound of my Perfume, 2012

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Pantani-Surace, Sweet Sound of my Perfume, 2012

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Pantani-Surace, Sweet Sound of my Perfume, 2012

Paolo Parisi

Passe-Partout, 2011

-1-
Someone, not me, comes and says the words: “I am interested in the idiom in painting.” You get the picture: the speaker is impassive, he remained motionless for the duration of his sentence, careful to refrain from any gesture. At the point where you were perhaps expecting it, near the head and around certain words, for example “in painting,” he did not imitate the double horns of quotation marks, he did not depict a form of writing with his fingers in the air. He merely comes and announces to you: “I am interested in the idiom in painting.”
As he comes and has just come [vient de venir], the frame is missing, the edges of any context open out wide. You are not completely in the dark, but what does he mean exactly?
Does he mean that he is interested in the idiom “in painting,” in the idiom itself, for its own sake, “in painting” (an expression that is in itself strongly idiomatic; but what is an idiom?)?
That he is interested in the idiomatic expression itself, in the words “in painting”? Interested in words in painting or in the words “in painting”? Or in the words” ‘in painting’ “?
That he is interested in the idiom in painting, i.e., in what pertains to the idiom, the idiomatic trait or style (that which is singular, proper, inimitable) in the domain of painting, or else – another possible translation – in the singularity or the irreducible specificity of pictorial art, of that “language” which painting is supposed to be, etc.?
Which makes, if you count them well, at least four hypotheses; but each one divides again, is grafted and contaminated by all the others, and you would never be finished translating them.
Nor will I.
(…)

-2-
The Truth in Painting is signed Cezanne. It is a saying of Cezanne’s.
Resounding in the title of a book, it sounds, then, like a due.
So, to render it to Cezanne; and first of all to Damisch, who cites it before me, I shall acknowledge the debt. I must do that. In order that the trait should return to its rightful owner.
But the truth in painting was always something owed.
(…)

Jacques Derrida, The truth in Painting, 1987,
The University of Chicago Press, Chicago and London.
Translated by Geoff Bennington and Ian McLeod.
First published as La Vérité en Peinture, 1978, Flammarion, Paris.

 

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Paolo Parisi, 2011, ph. Eugenia Vanni

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Paolo Parisi, 2011, ph. Giulia Di Lenarda

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Paolo Parisi, 2011, ph. Luca Calugi

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Paolo Parisi, 2011, ph. Luca Calugi

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Paolo Parisi, 2011, ph. Luca Calugi

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Paolo Parisi, 2011, ph. Luca Pancrazzi

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Paolo Parisi, 2011, ph. Luca Pancrazzi

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Paolo Parisi, 2011, ph. Luca Pancrazzi

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Paolo Parisi, 2011, ph. Lucia Fattorini

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Paolo Parisi, 2011, ph. Paolo Parisi

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Paolo Parisi, 2011, ph. Paolo Parisi

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Paolo Parisi, 2011, ph. Paolo Parisi

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Paolo Parisi, 2011, ph. Paolo Parisi

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Paolo Parisi, 2011, ph. Paolo Parisi

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Paolo Parisi, 2011, ph. Valentina Maggetti

Robert Pettena

Red & Black Submarine, 2012

Due livelli: una libreria libertaria nella filanda sovrastante i sotterranei, attraversati da un torrente e una galleria divengono la fucina sonora, lo spazio di ricerca legato alle interrelazioni tra architettura, natura e condivisione di forme non autoritarie di comunicazione.

“Fondare biblioteche è come costruire ancora granai pubblici, ammassare riserve contro un inverno dello spirito che da molti indizi, mio malgrado, vedo venire.”
Marguerite Yourcenar

“L’anarchia non è cosa del futuro, ma del presente non è fatta di rivendicazioni, ma di vita.”
Gustav Landauer

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Robert Pettena, Red & Black Submarine, 2012

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Robert Pettena, Red & Black Submarine, 2012

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Robert Pettena, Red & Black Submarine, 2012

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Robert Pettena, Red & Black Submarine, 2012

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Robert Pettena, Red & Black Submarine, 2012

 

 

Steve Piccolo

Oracle, 2010

un progetto di Steve Piccolo e Gak Sato

Qualche anno fa abbiamo cominciato a seguire gli sviluppi di ricerca nel campo linguistico sulla neurologia della percezione sonora… in parole povere, si cerca di capire in quali zone del cervello elaboriamo i dati percettivi dell’udito. Sembra che l’eloquio, la comunicazione verbale e vocale, i rumori del mondo, la musica possono attivare zone diverse, dedicate a funzioni diverse. Per un compositore o un artista sonora questo tipo di informazione è comprensibilmente molto intrigante.

Nel corso dei nostri studi abbiamo scoperto certe ricerche veramente curiose, tra le quali uno studio sulla percezione dei suoni emessi dagli insetti. I ricercatori hanno scoperto che le persone di madrelingua giapponese (o di lingue dello stesso ceppo) ascoltano gli insetti nella stessa zona del cervello utilizzato per interpretare l’eloquio umano. Dunque, per una persona giapponese (ma non per persone che parlano altre lingue) il “messaggio” degli insetti sembra una comunicazione, non semplicemente un rumore.

Stavamo già giocando con la possibilità di innestare parole all’interno di altri suoni… il rombo di una moto che impreca, il vento che sussurra, ecc.

Per Made in Filandia abbiamo deciso di sviluppare la cosa, per creare una specie di oracolo del bosco, un potenziale luogo d’attrazione da frequentare per ottenere una risposta a una domanda o una perplessità. Passeggiando vicino alla villa, i visitatori sentono dispositivi sonori che riproducono fedelmente il suono delle cicale d’estate (anche fuori stagione). A primo acchito sembrano semplicemente cicale. Ma quando si presta maggior attenzione, si scopre che le cicale stanno dicendo qualcosa… dentro il suono si riesce a captare parole, una lunga serie di verbi che arrivano in modo casuale e costituiscono le risposte alle domande poste dai visitatori. Diventare, separare, condividere, ripensare, andare, tornare, dimenticare, guarire, ecc… L’ascoltatore comincia anche ad immaginare di sentire parole dove non ci sono. Lo sforzo di sentire i messaggi diventa una pratica di concentrazione e quasi meditazione che, come tutti gli oracoli, aiuta il soggetto a trovare la sua risposta, praticamente da solo.

L’intervento deve essere molto delicato, evitando a tutti costi di deturpare o alterare l’aspetto visivo dell’esperienza del giardino. Il volume dei suoni è molto discreto, per incoraggiare le persone a camminare e avvicinarsi al posto dove sono nascosti gli altoparlanti. I dispositivi sono tutti nascosti. Il suono delle cicale si presta molto bene al gioco, perché abbiamo scoperto che è uno dei suoni più penetranti del mondo… anche in mezzo al traffico intenso della città, le cicale si fanno sentire. Anche a volume molto basso, il suono rimane percepibile e riconoscibile. Non richiede sofisticati impianti di riproduzione sonora… anche casse piccole di media qualità possono trasmettere un suono di cicale assolutamente convincente.

Steve Piccolo e Gak Sato, Oracle, 2010

Steve Piccolo e Gak Sato, Oracle, 2010

Steve Piccolo e Gak Sato, Oracle, 2010

Steve Piccolo e Gak Sato, Oracle, 2010

Luca Pozzi

Il progetto U, 2010

Milano, 16 /11/2010

Sono al centro di un campo ed è notte, il buio è quasi totale.
Ho istallato uno schermo trasportabile da proiezione ancorandolo a terra con delle pietre trovate sul posto.
L’asse centrale dello schermo è basculante e il telo, influenzato dalle raffiche di vento, è libero di ruotare perpendicolarmente al suolo.
La superficie è trattata con una pittura fluorescente in grado di trattenere per un tempo variabile fasci di fotoni.
Nella mano destra, una lampada a luce di wood montata sulla struttura di una bomboletta spray per graffiti.
Premo il tasto come per spruzzare colore e invece accendo semplicemente il led ultravioletto, la sorgente luminosa a contatto con il telo da proiezione modificato traccia dei segni verdi, colore rivelatore della alta frequenza della luce emessa in relazione allo spettro luminoso.
Nascono così dei disegni effimeri che restano impressi a potenza variabile per circa 20 minuti.
I livelli di densità dei disegni accumulati nel tempo si sommano e, sovrapponendosi creano una spiccata profondità dimensionale.
Il progetto si chiama U-Drawings ovvero disegni che uniscono, la U infatti è utilizzata nel senso simbolico/matematico che stà per intersezione all’infinito degli insiemi o dei campi per l’appunto (la terminologia è da considerarsi in questo contesto equivalente).
Disegnare con la luce nasce dall’importanza che tale ineffabile elemento ricopre nel panorama dei processi fisici. Le particelle che costituiscono la forza elettromagnetica, e quindi che determinano i comportamenti della materia, si relazionano tra di loro scambiandosi pacchetti di energia (in sostanza informazioni fatte di fotoni), ovvero cedendo o assorbendo particelle cosiddette di mediazione prive di massa e quindi di carica.

Pensata in questi termini ogni cosa è il prodotto del comportamento della luce, e la realtà di base sembra essere costituita da ciò che nel 1971 il fisico americano Roger Penrose definì Spin Network ribaltando il punto di vista sulla gerarchia tra soggetto e campo relazionale.

Visualizzare geometrie di luce significa considerare la comunicazione tra i campi, ovvero gli attori che recitano sul palcoscenico spazio-temporale, come il vero ed unico campo madre, il vero ed unico attore che costituisce il palcoscenico stesso, le premesse di base su cui poggia la fenomenologia della fisica contemporanea.

Disegnare con la luce permette inoltre di viaggiare a velocità impressionanti, connettere luoghi lontani e congetturare sugli esperimenti condotti presso il dipartimento di fisica dell’Università di Ginevra dal Professor Nicolas Gisin, il quale nel 2003 teletrasportò un fotone a due chilometri di distanza.

Questi i presupposti teorici dell’esperimento condotto per la prima volta negli spazi aperti della Filandia.

 

Luca Pozzi, Il progetto U, 2010

Luca Pozzi, Il progetto U, 2010

Luca Pozzi, Il progetto U, 2010

Luca Pozzi, Il progetto U, 2010

Luca Pozzi, Il progetto U, 2010

Luca Pozzi, Il progetto U, 2010

Luca Pozzi, Il progetto U, 2010

Luca Pozzi, Il progetto U, 2010

Luca Pozzi, Il progetto U, 2010

Luca Pozzi, Il progetto U, 2010

Luca Pozzi, Il progetto U, 2010

Luca Pozzi, Il progetto U, 2010

Luca Pozzi, Il progetto U, 2010

Luca Pozzi, Il progetto U, 2010

Luca Pozzi, Il progetto U, 2010

Luca Pozzi, Il progetto U, 2010

Vera Pravda

Piccolo giardino segreto, 2011

Kit portatile 

L’albore ambiguo ha odore pungente di fogliame. La brezza si è fatta più fredda. Il cielo nitido d’autunno bussa all’uscio con la sua luce dorata. Battito d’ali, sale il caffè. Le lavande e i rosmarini ondeggiano densi e odorosi tra il pietriccio del cortile. Il tempo indugia pigro, sospeso attende che il resto scorra. Il vivace carosello della Filanda ha luogo, passano persone, parole, pensieri. Svaniscono nella bruma della sera, riappaiono con le bugie notturne, diafani trascolorano la mattina successiva in un eterno divenire scandito dall’ennesima sigaretta.

 

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Vera Pravda, Piccolo giardino segreto, 2011, ph. Beatrice El Asmar

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Vera Pravda, Piccolo giardino segreto, 2011, ph. Luca Pancrazzi

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Vera Pravda, Piccolo giardino segreto, 2011, ph. Luca Calugi

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Vera Pravda, Piccolo giardino segreto, 2011, ph. Luca Pancrazzi

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Vera Pravda, Piccolo giardino segreto, 2011, ph. Valentina Grandini

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Vera Pravda, Piccolo giardino segreto, 2011, ph. Valentina Grandini

Luigi Presicce

La certifica delle mani, 2013

performance

La certifica delle mani, è un tableau vivant che, nella totale immobilità della scena, ha come proprio fulcro la caduta di un “hippie” trasportato su una lettiga.
L’hippie in questione è un chiaro riferimento all’opera di Paul Thek Death of a Hippie (1962). A questo viene accostato per affinità espressive il complesso scultoreo il Transito della Vergine (1519- 1522) di Alfonso Lombardi ubicato nell’Oratorio dei Battenti a Bologna nel quale viene rappresentata la Madonna tranquillamente addormentata e vegliata dagli Apostoli. L’opera del Lombardi mette in scena un episodio drammatico, descritto nei Vangeli Apocrifi e nella Legenda Aurea di Jacopo da Varagine, in cui un sacerdote ebreo tenta, durante i funerali della Vergine, di rovesciare il feretro e di bruciare il corpo. Il gesto profanatore viene impedito dall’apparizione di un angelo armato di spada che lo colpisce recidendo le braccia del sacerdote.
Gli apostoli, unici testimoni della scena sembrano avere, nel complesso scultoreo del Lombardi, un legame con la figura del fotografo (nel senso di paparazzo) messo in evidenza ne La dolce vita di Federico Fellini. Il carattere documentativo del testimone sempre presente agli eventi più importanti, fa del paparazzo una sorta di apostolo: l’evangelista che presente nella vita terrena di Cristo, racconta e tramanda i suoi insegnamenti attraverso la scrittura, la documentazione di prodigi e miracoli.
Su un piano puramente semantico la performance riconduce l’hippie di Paul Thek al taglio delle mani che fu operato, come atto di certificazione della sua morte, a Ernesto Che Guevara dopo la sua cattura e il suo assassinio.
L’opera di Thek, una figura che ritrae l’artista morto all’interno di un mausoleo, ha una caratteristica che appare subito agli occhi: la mancanza delle dita delle mani. La performance La certifica delle mani è, quindi, anche una riflessione su come queste parti del corpo vennero usate per testimoniare e garantire l’avvenuta morte del rivoluzionario cubano. Subito dopo la sepoltura dei corpi del guerrigliero e dei suoi compagni, le mani vennero fatte sparire in un luogo misterioso. Dopo estenuanti ricerche, solo nel 1997, a distanza di oltre trent’anni dalla morte, i corpi vennero ritrovati sotto la pista di atterraggio di un piccolo aeroporto a Vallegrande, in Bolivia. Il corpo oramai ridotto a scheletro del Che venne riconosciuto solo grazie alla mancanza delle mani, le stesse mani che furono appunto tagliate per certificarne la morte.

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Luigi Presicce, La certifica delle mani, 2013

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Luigi Presicce, La certifica delle mani, 2013

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Luigi Presicce, La certifica delle mani, 2013

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Luigi Presicce, La certifica delle mani, 2013

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Luigi Presicce, La certifica delle mani, 2013

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Luigi Presicce, La certifica delle mani, 2013

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Luigi Presicce, La certifica delle mani, 2013

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Luigi Presicce, La certifica delle mani, 2013

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Luigi Presicce, La certifica delle mani, 2013

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Luigi Presicce, La certifica delle mani, 2013

Fabrizio Prevedello

Solido alle Intemperie, 2012

Ancorandomi a tre barre di ferro piantate nel muro esterno della Filanda ho realizzato un disegno tridimensionale saldando insieme dei profili di metallo.. Posandomi a essi ho modellato un volume in gesso, un “solido” dalla forma irregolare e bianco, candido.
Il gesso però non resiste all’esterno, esposto alle intemperie comincerà prima ad assorbire l’umidità dell’aria facendo ossidare il ferro al suo interno, poi a consumarsi lentamente, ingrigendosi, diventando spugnoso e perdendo via via consistenza fino a sparire del tutto nell’arco di pochi anni. Resterà allora visibile solo la trama del disegno in ferro che ho saldato mentre brulicavano parole e gesti dei compagni di viaggio in quella settimana alla Filanda.
Ai residenti Elena El Asmar e Luca Pancrazzi ho chiesto di fotografare il lavoro ogni mese sempre dallo stesso punto di vista documentando le stagioni della natura e dell’artificio umano.

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Fabrizio Prevedello, Solido alle intemperie, 2012

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Fabrizio Prevedello, Solido alle intemperie, 2012

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Fabrizio Prevedello, Solido alle intemperie, 2012

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Fabrizio Prevedello, Solido alle intemperie, 2012

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Fabrizio Prevedello, Solido alle intemperie, 2012

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Fabrizio Prevedello, Solido alle intemperie, 2012

Francesco Pucci

Idea per, 2010

Emigrato in Filandia già da anni, ho imparato a conoscere un paese fatto di pace e tranquillità, fatto di arte e cibo, fatto di lavoro e gioco. Gli abitanti di tale stato franco sono legati dalla più giusta politica esistente: l’affetto familiare; tali filandiesi autoctoni sono tre: Luca, Elena e Orlando.
Idea per è un’opera dedicata a coloro che popolano il mio paese adottivo; tre piccole finestre sono le cornici che permettono di inquadrare la mia rappresentazione delle distinte personalità, la realtà all’esterno del vetro è celata mentre viene svelata una nuova natura che filtra attraverso la rete emozionale dell’esperienza vissuta. Ciò che non si perde è la luce, come essa avvolge ogni giorno i grandi spazi aperti della campagna e la filanda, così illumina i miei ritratti filandiesi facendoli risplendere all’interno delle stanze buie.
Idea per ( I ) rappresenta un albero che si staglia in controluce nel cielo estivo e su di esso, tramite il processo fotografico, ho voluto imprimere un movimento di reti che ricorda le griglie della realtà virtuale ma che non è altro che ombra di scampoli metallici frapposti durante il procedimento di stampa.
Idea per ( II ) è caratterizzata dai toni più lievi della boscaglia irradiata dal sole, in questo caso la regolarità calma delle foglie di rovo e di sambuco è ripresa dall’intercalare regolare di una trama quadrata che riporta allo sguardo la percezione del livello di sentimento che si crea tra esso e l’immagine artistica.
Idea per ( III ) sfrutta la grande potenza evocativa dell’oggetto affettivo e gioca, letteralmente, con la scomposizione luminosa compiuta dall’acqua intrisa in un merletto d’acciaio; la soluzione del gioco non è altro che il ricordo dell’importanza delle piccole cose nel divenire adulti.

 

Francesco Pucci, 2010

Francesco Pucci, Idea per, 2010

Francesco Pucci, 2010

Francesco Pucci, Idea per, 2010

Francesco Pucci, 2010

Francesco Pucci, Idea per, 2010

Francesco Pucci, 2010

Francesco Pucci, Idea per, 2010

Francesco Pucci, 2010

Francesco Pucci, Idea per, 2010

Anja Puntari

E la va la Filanda, 2012

Nel ripostiglio del giardino un gruppo di uomini bergamaschi ubriachi canta una canzone tradizionale delle filande.
With great power, comes great responsibility.

 

anja puntari

Anja Puntari, E la va la Filanda, 2012

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Anja Puntari, E la va la Filanda, 2012

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Anja Puntari, E la va la Filanda, 2012

Pierluigi Pusole

I.S.D., 2013

Dialogo

Parte del dialogo tra il sig.Tyrell della Tyrell corporation e Roy batty (replicante, nexus 6) a cui ho assistito casualmente.

TC:- salve mi sorprende che tu non sia venuto prima.
RB:- non è una cosa facile incontrare il proprio artefice.
TC:- e mm…. e che può fare per voi.
RB:- può l’artefice ritornare su ciò che ha fatto?
TC:- perché ti piacerebbe esser modificato ?
RB:- avevo in mente qualcosa di più radicale.
TC:- quale è , quale sarebbe il tuo problema ?
RB:- la morte .
TC:- la morte! penso che questo sia un po fuori della mia giurisdizione.
RB:- io voglio più vita! padre.
TC:- abbiamo i nostri limiti, produrre un’alterazione nell’evoluzione  della struttura di una vita organica è fatale, un codice genetico non può esser corretto una volta stabilito.
RB:- perché no!
TC:- perché entro il secondo giorno di incubazione ogni cellula che sia stata sottoposta a mutazioni irreversibili da luogo a colonie involutive, i topi abbandonano la nave che affonda e poi affonda.
RB:- e attraverso un ricombinazione dell’MMS.
TC:- un tentativo già fatto, l’efilmetano sulconato è un agente
alcanizzante , un potente mutante che crea un virus cosi letale che il soggetto morirebbe prima di lasciare il tavolo.
RB:- allora una proteina repressiva che blocchi le cellule operanti.
TC:- non impedirebbe la riproduzione, ma ciò darebbe luogo ad un errore nelle replicazione di modo che il DNA di nuova
formazione comporterebbe una mutazione, e si avrebbe
di nuovo un virus, ma questo… tutto questo è accademia.

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Pierluigi Pusole, I.S.D., 2013

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Pierluigi Pusole, I.S.D., 2013

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Pierluigi Pusole, I.S.D., 2013

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Pierluigi Pusole, I.S.D., 2013

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Pierluigi Pusole, I.S.D., 2013

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Pierluigi Pusole, I.S.D., 2013

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Pierluigi Pusole, I.S.D., 2013

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Pierluigi Pusole, I.S.D., 2013

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Pierluigi Pusole, I.S.D., 2013

Marco Raparelli

2011

“Tutto quello che si muoveva intorno a noi era il vento”…

“Il mio disegnare” è un gesto che si ispira alle scritte che troviamo
giornalmente per le strade che sono caratterizzate da una velocità di
“fare” per raggiungere nel poco tempo di esecuzione un segno con un
alto senso di comunicazione.

 

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Marco Raparelli, 2011, ph. Beatrice El Asmar

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Marco Raparelli, 2011, ph. Beatrice El Asmar

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Marco Raparelli, 2011, ph. Beatrice El Asmar

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Marco Raparelli, 2011, ph. Beatrice El Asmar

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Marco Raparelli, 2011, ph. Beatrice El Asmar

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Marco Raparelli, 2011, ph. Eugenia Vanni

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Marco Raparelli, 2011, ph. Luca Calugi

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Marco Raparelli, 2011, ph. Luca Calugi

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Marco Raparelli, 2011, ph. Luca Calugi

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Marco Raparelli, 2011, ph. Luca Calugi

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Marco Raparelli, 2011, ph. Luca Calugi

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Marco Raparelli, 2011, ph. Luca Calugi

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Marco Raparelli, 2011, ph. Luca Calugi

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Marco Raparelli, 2011, ph. Luca Pancrazzi

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Marco Raparelli, 2011, ph. Lucia Fattorini

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Marco Raparelli, 2011, ph. Lucia Fattorini

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Marco Raparelli, 2011, ph. Lucia Fattorini

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Marco Raparelli, 2011, ph. Marco Randighieri

Giacomo Ricci

Senza Titolo, 2010

tessuto aereo, dimensioni variabili

Dalle finestre al 1° piano sulla facciata sud della filanda, le tende si allungano fino al terreno
trasformandosi da arredamento d’interno a elemento architettonico per l’esterno.
Le tende tirate ed ancorate al suolo formano un intervallo fisico tra l’edificio e l’ambiente, e visivo
tra l’osservatore e l’edificio; infatti il tessuto fornisce al visitatore uno spazio realmente fruibile, utile per la sosta, il bivacco, il riparo.
Allo stesso tempo la filanda ricorda se stessa e dalle finestre vomita tela, fornendo all’ambiente una sorta di “quinta”.
Le quinte divengono simbolo e legame tra la vecchia e l’odierna destinazione ed uso dell’edificio, oggi un centro di produzione creativa,
dove si costituisce lo Stato di Filandia palcoscenico di questo spettacolo dell’arte.

 

Giacomo Ricci, 2010

Giacomo Ricci, 2010

Giacomo Ricci, 2010

Giacomo Ricci, 2010

Giacomo Ricci, 2010

Giacomo Ricci, 2010

Giacomo Ricci, 2010

Giacomo Ricci, 2010

Giacomo Ricci, 2010

Giacomo Ricci, 2010

Giacomo Ricci, 2010

Giacomo Ricci, 2010

Giacomo Ricci, 2010

Giacomo Ricci, 2010

Davide Rivalta

2011

Non è più il tempo delle favole, delle fiabe che vedono protagonisti animali ben caratterizzati, ammantati di magia: oggi solo i bambini credono in racconti che un tempo ammaliavano popoli, permeavano culture; abbiamo spogliato le bestie di ogni mistero, per osservare tutte le specie  attraverso un nitido vetro di acquario. Ci sforziamo di conoscere, della fauna terrestre, le origini, i comportamenti, ogni dettaglio dell’evoluzione, ogni cellula, e  poco è rimasto ancora ignoto o dubbio. Ma più avanziamo su questo cammino su cui si manifesta il potere, l’assoluta originalità della specie-uomo, più li conosciamo dunque, più – in effetti – ci allontaniamo da essi.

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Davide Rivalta, 2011, ph. Beatrice El Asmar

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Davide Rivalta, 2011, ph. Giulia Di Lenarda

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Davide Rivalta, 2011, ph. Luca Calugi

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Davide Rivalta, 2011, ph. Luca Calugi

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Davide Rivalta, 2011, ph. Nero/Alessandro Neretti

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Davide Rivalta, 2011, ph. Valentina Maggetti

Pedro Riz’à Porta

The power you share the power you have, 2010

Negli ultimi mesi sono stato molto in viaggio fuori dalla toscana. Per cui non ho potuto trascorrere molto tempo nella vecchia filanda di Pieve a Presciano per sviluppare sul posto un mio contributo. Da una di questi soggiorni all’estero portai un po’ di tempo fa una piccola t-shirt con la scritta che non mi lasciò indifferente.
Non capii da che ambiente socio culturale provenisse questo slogan … e  non mi interessava neanche. Però non mi lasciavano in pace queste quattro righe stampate in rosso… mi ricordavano un  ritornello di una storica canzone di Patty Smith. Oppure era un pallido ricordo d’un grido di battaglia delle Pantere Nere degli anni 70 … o magari era un’altra frase di Voltaire del genere « Se questo è il migliore dei mondi possibili, gli altri, che cosa sono? » che avevo letto una vita fa? Insomma, mi sembravano delle parole familiari e un bel leitmotiv  per un gruppo di persone che si uniscono, all’inizio del autunno nella più sperduta campagna toscana dando vita a un evento corale. Se fosse stato un incontro solo fra noi autori, probabilmente non mi sarei preoccupato più di tanto dell’origine di queste parole, ma essendo un evento pubblico mi sentivo in dovere di conoscere l’origine della  frase. La ricerca è stata semplice e veloce, ma il risultato mi ha assai irritato.
Il messaggio voluto dai creatori di questo gadget non aveva nessuna attinenza né con ciò a cui pensavo io, né al contesto in cui stavo per inserirlo. Mi convinco, nonostante tutto, ad utilizzare l’oggetto  grazie a una seconda ricerca sul nome “filanda“.
Trovai delle informazioni interessanti, non proprio su quella fabbrica di mattoni rossi in questione, ma più in generico sulla situazione dei lavoratori nel ’800 in Italia.
Unendo le due ricerche, che raccontano storie angoscianti. Questi due mondi lontani fra loro migliaia e migliaia di chilometri e distanti di più d’un secolo, capii un po’ di più quale
significato potessero avere le parole sul cotone grigio.

Pedro Riz'à Porta, the power you share the power you have, 2010

Pedro Riz’à Porta, the power you share the power you have, 2010

Pedro Riz'à Porta, the power you share the power you have, 2010

Pedro Riz’à Porta, the power you share the power you have, 2010

Pedro Riz'à Porta, the power you share the power you have, 2010

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Pedro Riz’à Porta, the power you share the power you have, 2010

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Pedro Riz'à Porta, the power you share the power you have, 2010

Pedro Riz’à Porta, the power you share the power you have, 2010

Gak Sato

Oracle, 2010

un progetto di Steve Piccolo e Gak Sato

Qualche anno fa abbiamo cominciato a seguire gli sviluppi di ricerca nel campo linguistico sulla neurologia della percezione sonora… in parole povere, si cerca di capire in quali zone del cervello elaboriamo i dati percettivi dell’udito. Sembra che l’eloquio, la comunicazione verbale e vocale, i rumori del mondo, la musica possono attivare zone diverse, dedicate a funzioni diverse. Per un compositore o un artista sonora questo tipo di informazione è comprensibilmente molto intrigante.

Nel corso dei nostri studi abbiamo scoperto certe ricerche veramente curiose, tra le quali uno studio sulla percezione dei suoni emessi dagli insetti. I ricercatori hanno scoperto che le persone di madrelingua giapponese (o di lingue dello stesso ceppo) ascoltano gli insetti nella stessa zona del cervello utilizzato per interpretare l’eloquio umano. Dunque, per una persona giapponese (ma non per persone che parlano altre lingue) il “messaggio” degli insetti sembra una comunicazione, non semplicemente un rumore.

Stavamo già giocando con la possibilità di innestare parole all’interno di altri suoni… il rombo di una moto che impreca, il vento che sussurra, ecc.

Per Made in Filandia abbiamo deciso di sviluppare la cosa, per creare una specie di oracolo del bosco, un potenziale luogo d’attrazione da frequentare per ottenere una risposta a una domanda o una perplessità. Passeggiando vicino alla villa, i visitatori sentono dispositivi sonori che riproducono fedelmente il suono delle cicale d’estate (anche fuori stagione). A primo acchito sembrano semplicemente cicale. Ma quando si presta maggior attenzione, si scopre che le cicale stanno dicendo qualcosa… dentro il suono si riesce a captare parole, una lunga serie di verbi che arrivano in modo casuale e costituiscono le risposte alle domande poste dai visitatori. Diventare, separare, condividere, ripensare, andare, tornare, dimenticare, guarire, ecc… L’ascoltatore comincia anche ad immaginare di sentire parole dove non ci sono. Lo sforzo di sentire i messaggi diventa una pratica di concentrazione e quasi meditazione che, come tutti gli oracoli, aiuta il soggetto a trovare la sua risposta, praticamente da solo.

L’intervento deve essere molto delicato, evitando a tutti costi di deturpare o alterare l’aspetto visivo dell’esperienza del giardino. Il volume dei suoni è molto discreto, per incoraggiare le persone a camminare e avvicinarsi al posto dove sono nascosti gli altoparlanti. I dispositivi sono tutti nascosti. Il suono delle cicale si presta molto bene al gioco, perché abbiamo scoperto che è uno dei suoni più penetranti del mondo… anche in mezzo al traffico intenso della città, le cicale si fanno sentire. Anche a volume molto basso, il suono rimane percepibile e riconoscibile. Non richiede sofisticati impianti di riproduzione sonora… anche casse piccole di media qualità possono trasmettere un suono di cicale assolutamente convincente.

 

Gak Sato, 2010

Gak Sato, 2010

Steve Piccolo e Gak Sato, Oracle, 2010

Steve Piccolo e Gak Sato, Oracle, 2010

Steve Piccolo e Gak Sato, Oracle, 2010

Steve Piccolo e Gak Sato, Oracle, 2010

Gak Sato, 2010

Gak Sato, 2010

Gak Sato, 2010

Gak Sato, 2010

Gak Sato, 2010

Gak Sato, 2010

Luca Scarabelli

Andrew Smaldone

Giuseppe Stampone

Serse

Porta, 2011

Con lo spirito dei viaggiatori di fine Settecento io e l’amico fotografo Attilio Maranzano abbiamo visitato più volte la tomba Brion,il complesso monumentale poco lontano da Asolo realizzato dal grande architetto Carlo Scarpa. La complessa struttura, il galleggiare delle architetture sull’ acqua, ha subito evocato in noi l’opera di Arnold Bocklin : L’isola dei Morti.
Affascinati dalla magnificenza  di questa struttura architettonica la visita si è trasformata in una sorta di pellegrinaggio finalizzato a carpire i dettagli minuziosi, le solide relazioni spaziali tra le diverse strutture ,i frequenti rimandi simbolici. Partendo da appunti a matita e dalle fotografie mi sono ritrovato ad interpretare  gli intrecci sistematici tra interno ed esterno e a cogliere tutti gli spettri delle categorie del bello e del sublime che l’architettura esprime. Ho trasformato la luce del cielo in luce nera, lunare,dando una parvenza metafisica alle masse di cemento, marmo, metallo e vetro.
Così come Scarpa riuscì a sdrammatizzare il concetto funebre e trasformare l’area sepolcrale in una “dolce città oziosa”o come diceva Scarpa “un Eden ripreso”, ho accostato luce e tenebra anzichè opporle.
Luce lunare : per non mostrare tutto, come nel pensiero cinese sull’inchiostro, e come racconta la leggenda del pittore Wu Tao Tzu che un giorno scomparve nella nebbia che aveva appena dipinto.

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Serse, Porta, 2011, ph. Luca Calugi

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Serse, Porta, 2011, ph. Luca Pancrazzi

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Serse, Porta, 2011, ph. Claudio Maccari

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Serse, Porta, 2011, ph. Luca Pancrazzi

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Serse, Porta, 2011, ph. Luca Pancrazzi

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Serse, Porta, 2011, ph. Luca Pancrazzi

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Serse, Porta, 2011, ph. Luca Pancrazzi

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Serse, Porta, 2011, ph. Luca Pancrazzi

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Serse, Porta, 2011, ph. Lucia Fattorini

Gianluca Sgherri

2011

Santa Croce sull’Arno, settembre-ottobre 2011

L’asfalto della strada si è sconnesso.
La via che dal centro del paese porta al bosco (via del bosco) è percorsa giornalmente da automobili, camion e camionette.
Il manto di catrame un tempo liscio e rialzato si è consumato, bucato e rattoppato.
Ad ogni  passaggio si ode il chiasso dei motori, lo sbatacchio del rimorchio e dei cassoni.
Quante macchine  ho visto andare…  pioggia fitta illuminare; notti fonde, fogne  vomitare….
Suore di clausura guardano il mondo dalla grata di un monastero; nulla passa dagli alti muri dei loro orti, posso solo immaginare: tanta luce… tanto silenzio.
I vetri della stanza stanno tremando: adesso un tir sta transitando, musica e note non vi sento! solo scosse , spifferi e vento.
Dai marmi dei nostri cari non trapelano discorsi vani, falsità e inganni; qui tutto tace, tutto è chiaro.
I fiori sulla tomba non fanno ombra.
Dall’una all’altra sponda, dalle colline al mare argento e nero non sanno a mischiare.  Sul ponte, dirimpetto, uomini e donne si riflettono.
E’ bello camminare lungo il fiume: risalgo la corrente…  a oriente.
Dove nasce il sole non vi è colore, niente asfalto… solo polvere e vento. Un campetto di zolle,  la dimora accanto,  finalmente: sono arrivato.
Filanda fa rima con lavanda. Non è un caso che qui sono giunto e qui mi distendo.

 

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Gianluca Sgherri, 2011, ph. Elena El Asmar

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Gianluca Sgherri, 2011, ph. Luca Pancrazzi

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Gianluca Sgherri, 2011, ph. Luca Pancrazzi

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Gianluca Sgherri, 2011, ph. Luca Pancrazzi

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Gianluca Sgherri, 2011, ph. Luca Pancrazzi

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Gianluca Sgherri, 2011, ph. Claudio Maccari

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Gianluca Sgherri, 2011, ph. Luca Pancrazzi

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Gianluca Sgherri, 2011, ph. Luca Pancrazzi

Namsel Siedlecki

Un Ago nel Pagliaio, 2012

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Namsel Siedlecki, Un Ago nel Pagliaio, 2012

 

Studio ++

Senza Titolo, 2012

Esperienza e Paesaggio
La natura è indeterminata e riceve le sue determinazioni soltanto dall’arte: il paese diviene paesaggio soltanto sotto le condizioni di paesaggio, e questo, secondo le due modalità, mobile (in visu) e aderente (in situ) dell’artializzazione. (Roger)

L’idea di paesaggio nel nostro tempo è legata alla comprensione.
Non ad una comprensione esclusivamente razionale, dicibile, analizzabile, che deriva dallo studio, dalla rappresentazione o dalla critica, ma ad un approccio più completo e più profondo che a volte può essere metafora dell’esistenza stessa.
Ciò vale sia se pensiamo all’accezione biologica dell’esistenza, quella che ci vede organismi viventi parte di un contesto più grande fatto di cause ed effetti da cui dipende la vita.
Sia se pensiamo all’esistenza come fatto sociale dove sono le relazioni e la loro qualità ad esprimere le condizioni, i pregressi e gli sviluppi di ciò che siamo o di quello che vogliamo a tutti i costi diventare.
Sia infine, che l’esistenza sia pensata come riconoscimento intimo, esclusivo ed assoluto, nel quale ad ognuno spetta una personale e non discutibile definizione di se, che non può e non è necessario venga trasmessa agli altri con interezza.
Consapevolezza che piuttosto affiora nell’unione dei particolari, negli atti di volontà sparsi e che si riconosce nel tempo attraverso il filo conduttore delle nostre azioni.
Il paesaggio, in sostanza, si lega ad un tipo di comprensione di limite tra la certezza dell’oggettività scientifica, lo stupore che induce la capacità degli uomini di creare opere collettive nel tempo e una sorta di inquietante quanto lieve modo di capire le cose che ci trova in fondo intimamente soli. Ammutoliti dall’impossibilità di spiegare inequivocabilmente.
Piuttosto è preferibile non descrivere, non raccontare ma invitare a provare, a fare esperienza.
Per fare questo, per potere raccontare l’esperienza del paesaggio bisogna trovare il modo di farlo divenire un testo aperto all’interpretazione che è principio di appropriazione, conoscenza e riconoscimento.

Il progetto per la Filanda nasce da un dubbio e da una sicurezza.
Nasce da una nostra immagine del territorio che ci portava a pensare l’esistenza di un luogo, sopra la collina, che raccontasse il legame costruito nel tempo tra contesto naturale e abitanti: ovvero quello che chiamiamo paesaggio.
Abbiamo allora deciso di seguire con un’auto i sentieri che salivano fino alla vetta alla ricerca di una croce. Perché pensavamo: se c’è quel luogo, avrà la sua croce.
Abbiamo aggirato la collina e deciso di andare verso un punto che avrebbe potuto non esistere.
Il viaggio ci ha condotto inaspettatamente fino al piano dove abbiamo trovato una chiesa, due croci e un capannone. Da quel punto si dominavano le due vallate e la Filanda diventava parte di un contesto naturale, sociale ed esistenziale più ampio. Da lì abbiamo poi ricercato una strada nel bosco, che ci riportasse, questa volta a piedi, fino al nostro punto di partenza.
Di nuovo siamo scesi facendo scelte, leggendo tracce, cercando punti di riferimento e di nuovo, siamo arrivati a destinazione.
Alla fine le nostre idee non erano state completamente confermate, ma piuttosto ampliate, dettagliate attraverso un’esperienza che non avremmo potuto immaginare con questa precisione.
La nostra immagine iniziale veniva arricchita dal contesto, giustificata da quello che non potevamo sapere e diventava finalmente un paesaggio.
Questa esperienza è stata solo chiarita da un filo che partiva dalla Filanda e arrivava fino alla vetta della collina.
Il filo doveva essere seguito come si segue una descrizione di un paesaggio da un libro, come si guarda dentro un dipinto o in una fotografia, come si risalgono le immagini nel ricordo del nostro passato e dove i particolari sono frutto di una visione selettiva ed inevitabile che è di fatto quel luogo.
L’esperienza, come accade per un libro, per un dipinto, una fotografia o un ricordo lasciava questi percorsi aperti, liberi di crearsi complessità soggettive, paesaggi intimi.

La sfera che è esito finale del nostro progetto, raggomitola i 2,7 km di corda che collegano la Filanda con il piano della croce di vetta.
Nel raccoglierla, la corda ha portato con se parti del percorso che segnava, dichiarando una trasformazione: quella di non poter più tornare alla sua originaria composizione dopo l’esperienza del paesaggio
Al suo interno esiste una logica sfuggente, a tratti percepibile, ma che si perde subito non appena si prova a comprenderla con uno sguardo analitico razionale, dicibile, analizzabile, criticabile o ancora rappresentabile. Al suo interno ha inglobato un insieme di impurità, frammenti di paesaggio, che aggiungono ad un oggetto i contenuti dell’esperienza.
Dalla superficie s’intravedono trame profonde, originarie, che suggeriscono ma non riescono, e non vogliono spiegare la composizione.
Quella sfera non è l’esperienza in sè, ma un documento condiviso per chi ne ha potuto vivere il senso.

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Studio ++, Senza Titolo, 2012

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Studio ++, Senza Titolo, 2012

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Studio ++, Senza Titolo, 2012

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Studio ++, Senza Titolo, 2012

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Studio ++, Senza Titolo, 2012

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Studio ++, Senza Titolo, 2012

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Studio ++, Senza Titolo, 2012

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Studio ++, Senza Titolo, 2012

 

 

Keno Tang

Sophie Usunier

Il richiamo, 2013
sonata per 4 fischiatori

Il richiamo come
si richiamano gli uccelli nei boschi,
come ci richiama la natura,
come un richiamo agli “drôles d’oiseaux” dell’anno 2012.
I fischi dell’uomo persi nei suoni della natura. Questa volta, non più prova di somiglianza e di mimetismo artificiale e elaborato con il suono dell’uccello.
Ora, il fischio stesso senza ritocco si perde nella natura intorno a diversi punti.”

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Sophie Usunier, Il richiamo, 2013

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Sophie Usunier, Il richiamo, 2013

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Sophie Usunier, Il richiamo, 2013

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Sophie Usunier, Il richiamo, 2013

l’età del dubbio, 2013
Concetta Modica/Sophie Usunier

L’età del dubbio è nato in estate durante una residenza a Scicli.
Il titolo prende spunto da un titolo di Andrea Camilleri, un rinvio chiaro alla città del famoso commissario in cui stavamo per vivere un mese.

Il blog è nato per comunicare quello che vivevamo in Sicilia, dai nostri dubbi, come artiste ma anche come donne, come esseri umani nel mondo. Abbiamo deciso di non parlare solo di noi, ma di chiedere ad amici, conoscenti, artisti e vari interlocutori di raccontarci i loro dubbi. Come alla ricerca di un testo, di uno specchio, di parole simili alle nostre o lontane, per creare una confusione una fusione tra parole di un argomento che riguarda tutti.

L’età del dubbio è un punto di tante domande che chiediamo a noi stesse ma anche agli altri. Siamo del parere che dalle risposte altrui nascerà una risposta comune, o almeno un terreno fertile dove i dubbi condivisi e seminati porterano nuovi orizzonti da esplorare.

Ci tenevamo molto a una tappa in Filandia per presentare il progetto, perché qui sono nati gli inizi, senza ancora saperlo. Senza il nostro incontro a Made in Filandia 2012, non sarebbe partito niente.

letadeldubbio.blogspot.it

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Concetta Modica/Sophie Usunier, l’età del dubbio, 2013

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Concetta Modica/Sophie Usunier, l’età del dubbio, 2013

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Concetta Modica/Sophie Usunier, l’età del dubbio, 2013

Drôles d’Oiseaux / Queer Birds / La Lingua degli Uccelli, 2012

“Siamo stati separati dalle altre forme di vita,
e ci consideriamo raramente
come facendo parte della natura”
(E.T. Hall, p169 al di là della cultura)

CODEC: BUON UMORE SPENSIERATEZZA STRUMENTO A VENTO ATTIVITÀ MENTALE CONTINUA QUIETA PACE CONFORTO COLMATA FISCHIANDO LAVORANDO RICONOSCIMENTO RAGGRUPPAMENTI ATTENZIONE RICHIAMO PREDICAZIONE SEDUZIONE CORTEGGIAMENTO INVITO PRESENZA AMMIRAZIONE SORPRESA DISAGIO DISAPPROVAZIONE RIFIUTO OPPOSIZIONE CRITICA AGGRESSIVITÀ MANIFESTAZIONE PROTESTA SCONTENTEZZA ERRORE SEGNALE INIZIO TERMINE SINGOLO TEMPO BUON UMORE…

E tutti, alla Filandia, uscivano dalla stanza con un ritornello in testa e un fischio in bocca, allegri e spensierati…Ah, ces drôles d’oiseaux!

 

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Sophie Usunier, Drôles d’Oiseaux / Queer Birds / La Lingua degli Uccelli, 2012

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Sophie Usunier, Drôles d’Oiseaux / Queer Birds / La Lingua degli Uccelli, 2012

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Sophie Usunier, Drôles d’Oiseaux / Queer Birds / La Lingua degli Uccelli, 2012

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Sophie Usunier, Drôles d’Oiseaux / Queer Birds / La Lingua degli Uccelli, 2012

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Sophie Usunier, Drôles d’Oiseaux / Queer Birds / La Lingua degli Uccelli, 2012

Eugenia Vanni

Il secondo passeggero, 2013
Olio su tela, cm 180×150, Ducati Monster 600 Dark

Il secondo passeggero riesce a cogliere ciò che al guidatore sfugge.
Il motociclista è intento a studiare la strada, l’andamento delle curve e il paesaggio
intorno a lui è un fenomeno cromatico, una macchia pittorica mutevole.
Il fine di un viaggio è creare un panorama,

La moto con i fari e i fumi genera, aumenta, aiuta una pittura,
viene creato il paesaggio che in velocità non vediamo, in un piccolo viaggio notturno.

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Eugenia Vanni, Il secondo passeggero, 2013

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Eugenia Vanni, Il secondo passeggero, 2013

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Eugenia Vanni, Il secondo passeggero, 2013

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Eugenia Vanni, Il secondo passeggero, 2013

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Eugenia Vanni, Il secondo passeggero, 2013

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Eugenia Vanni, Il secondo passeggero, 2013

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Eugenia Vanni, Il secondo passeggero, 2013

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Eugenia Vanni, Il secondo passeggero, 2013

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Eugenia Vanni, Il secondo passeggero, 2013

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Eugenia Vanni, Il secondo passeggero, 2013

 

Il lavoro è solo rispetto all’artista: matrice, 2011
pietra con scritta incisa/scolpita dall’artista, peso: 3 quintali circa
stampa su carta dell’incisione, 1/1 cm 100×70

 

Penso a tutte quelle distanze che esistono fra le nostre capacità e il resto delle cose.
Mi piace pensare, ad esempio, che la danza possa essere una gara con la musica.

Quando noi “facciamo”, viviamo in un luogo approssimativo, perché l’approssimazione è la realtà ed è la nostra scelta di affrontarla.

Una roccia, una volta staccata dalla roccia, rimane attaccata al terreno e la sintesi di una matrice pesante è un foglio di carta.
La pietra resterà matrice per sempre e si capisce a vista d’occhio che certamente può esistere da sola, anche se in realtà è l’inizio di qualcos’altro.

Volendo una matrice così cambia in base alle stagioni: per questo il lavoro è soltanto, ma è anche solo, rispetto all’artista.

 

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Eugenia Vanni, il lavoro è solo rispetto all’artista: matrice, 2011, ph. Egle Prati

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Eugenia Vanni, il lavoro è solo rispetto all’artista: matrice, 2011, ph. Eugenia Vanni

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Eugenia Vanni, il lavoro è solo rispetto all’artista: matrice, 2011, ph. Luca Calugi

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Eugenia Vanni, il lavoro è solo rispetto all’artista: matrice, 2011, ph. Michele Guido

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Eugenia Vanni, il lavoro è solo rispetto all’artista: matrice, 2011, ph. Nathalie Du Pasquier

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Eugenia Vanni, il lavoro è solo rispetto all’artista: matrice, 2011, ph. Eugenia Vanni

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Eugenia Vanni, il lavoro è solo rispetto all’artista: matrice, 2011, ph. Luca Calugi

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Eugenia Vanni, il lavoro è solo rispetto all’artista: matrice, 2011, ph. Luca Calugi

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Eugenia Vanni, il lavoro è solo rispetto all’artista: matrice, 2011, ph. Luca Calugi

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Eugenia Vanni, il lavoro è solo rispetto all’artista: matrice, 2011, ph. Lucia Fattorini

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Eugenia Vanni, il lavoro è solo rispetto all’artista: matrice, 2011, ph. Lucia Fattorini

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Eugenia Vanni, il lavoro è solo rispetto all’artista: matrice, 2011, ph. Nathalie Du Pasquier

Serena Vestrucci

Enrico Vezzi

2011

La Dichiarazione d’Indipendenza americana del 1776 con la proclamazione dei diritti dell’uomo, il primo impiego di un filatoio alimentato da energia idraulica a Nottingham – fatto installare nel 1775 da Sir Richard Arkwright nella prima fabbrica ‘moderna’-  e l’assalto alla Bastiglia del 1789 sono eventi che si situano agli inizi di un radicale processo di trasformazione del nostro mondo che sino ad oggi non è ancora giunto a compimento. Nel XX secolo il costante processo di ricerca, di cambiamento, di azione e reazione nel continuo mutamento della stratificazione sociale, è contraddistinto dal contrasto tra comunismo e capitalismo, ma anche dalla ricerca di giustizia sociale all’interno di entrambi questi sistemi. Questa trasformazione della società,[…], forma in anche il quadro entro in cui si sviluppa il nostro modo di costruire e abitare. Mobili e arredamento, esattamente come l’architettura di una determinata epoca, possono simboleggiare l’ascesa e la potenza di una classe, di un ceto o di un popolo. A ben vedere si possono addirittura trarre indicazioni ancor più precise, giacchè le trasformazioni avvengono in quest’ambito in maniera assai più rapida e chiara. Ambienti e mobili, per la loro immediata vicinanza all’uomo, caratterizzano l’atteggiamento e i rapporti di quest’ultimo rispetto ai propri simili. I mobili testimoniano tanto della sua vita pubblica quanto delle sue idee personali: un mobile di Andrè Charles Boulle con le sue forme luminose e i suoi intarsi sfarzosi simboleggia la pienezza del potere assoluto di Luigi XIV, nello stesso modo in cui la semplice sedia in legno curvato prodotta in una fabbrica di Michael Thonet rappresenta gli inizi del consumo di massa.

Karl Mang, Geschichte des modernen Mobels, 1978

La manifestazione finale della natura, come manifestazione finale della storia, è all’orizzonte del futuro. Quanto più è alla nostra portata una tecnica comune, cioè una tecnica mediata con la coproduttività della natura, anziché una tecnica esterna, tanto più possiamo essere certi che la potenza congelata di una natura congelata sarà nuovamente liberata. La natura non è un qualcosa che appartiene al passato. Essa è, piuttosto, l’area edificabile che non è stata ancora sgomberata, i materiali da costruzione che non sono ancora disponibili in forma adeguata per la casa dell’uomo la quale, a sua volta, non esiste ancora in forma adeguata. La problematica partecipazione della soggettività naturale alla costruzione di questa casa è il corrispettivo oggettivo-utopico della fantasia umano-utopica concretamente intesa. E’ perciò certo che la casa dell’uomo si innalza non solo nella storia e sulla base dell’attività umana; essa si basa innanzi tutto su una soggettività naturale mediata, sull’area edificabile della natura. La frontiera concettuale della natura è l’inizio della storia umana, non quando la natura si trasforma nel luogo della sovranità umana, ma piuttosto quando essa si trasforma nel luogo adeguato, in quanto bene mediato inalienato.

Ernst Bloch, Das Prinzip Hoffnung, 1967

 

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Enrico Vezzi, 2011, ph. Luca Calugi

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Enrico Vezzi, 2011, ph. Luca Calugi

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Enrico Vezzi, 2011, ph. Luca Calugi

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Enrico Vezzi, 2011, ph. Lucia Fattorini

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Enrico Vezzi, 2011, ph. Elena El Asmar

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Enrico Vezzi, 2011, ph. Luca Calugi

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Enrico Vezzi, 2011, ph. Luca Calugi

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Enrico Vezzi, 2011, ph. Luca Calugi

Tayu Vlietstra

Scansioni Celesti, 2010

Ero presente alla sera in cui è nata l’idea di Madeinfilandia, quasi per scherzo Luca, Loris e altri hanno proposto di creare un evento con tanti artisti alla Filandia.
Ogni lavoro avrebbe dovuto avere un rapporto più o meno diretto con il luogo.

Ho scelto la ghiacciaia come luogo di proiezione. L’idea di far confondere e deformare le immagini con una materia porosa che assorbe il colore e la luminosità, in un luogo storico, mi piaceva.

Con Arianna Pescetti che ha lavorato insieme a me, abbiamo pensato al ghiaccio e all’acqua nelle sue forme possibili. Ho puntato la telecamera al cielo in time laps, scandendo il ritmo delle nuvole, la rarefazione a quote diverse, direzioni diverse, colori diversi in un continuo mutamento.

Agglomerati nuvolosi che all’apparenza sembrano statici, ma in realtà si muovono rapidissimi cambiando la modalità di intervallo nella scansione temporale.

Da piccoli dettagli della natura siamo passati al cielo, alle nuvole, ai tramonti, alle tempeste fino a giungere al cambiamento di stato della materia, nello specifico dell’uovo, simbolo arcano della creazione.

Fare un’opera per un contesto specifico, quello della Filandia immerso nella campagna ha direzionato la nostra scelta verso contesti naturali.

Il ritmo del video è scandito da 5 momenti diversi proprio per rimarcare la nostra volontà di rappresentare il costante mutamento delle situazioni, della materia, del ritmo, della vita.

Le musiche sono state composte ed eseguite da Roberto Fabbriciani che sa sempre entrare in profonda sintonia con le immagini ed il loro significato.

Le immagini si uniscono e si con-fondono in un flusso costante che è quello della vita.

 

Tayu Vlietstra, Scansioni celesti, 2010

Tayu Vlietstra, Scansioni celesti, 2010

Tayu Vlietstra, Scansioni celesti, 2010

Tayu Vlietstra, Scansioni celesti, 2010

Tayu Vlietstra, Scansioni celesti, 2010

Tayu Vlietstra, Scansioni celesti, 2010

Tayu Vlietstra, Scansioni celesti, 2010

Tayu Vlietstra, Scansioni celesti, 2010

Tayu Vlietstra, Scansioni celesti, 2010

Tayu Vlietstra, Scansioni celesti, 2010

Regan Wheat

They Made a Delicate Object that Defied Gravity, 2012

One day, when the empress was sipping tea under a mulberry tree, a cocoon fell into her cup and began to unravel.
Many think that the fi rst parachute design had been imagined and sketched by Leonardo Da Vinci in the 15th century.
One aspect of the long-term conversion of the Florentine economy in the later fourteenth and fifteenth centuries was undoubtedly the expansion, in grand style, of the silk manufacturing industry.
Nylon was intended to be a synthetic replacement for silk and substituted for it in many different products after silk became scarce during World War II.
Nylon was created by DuPont Co. shortly after the company ended more than a century of making gunpowder.
DuPont’s chemical engineers were in charge of the production of plutonium,
the main component of the Nagasaki bomb.
The fi rst military use for the parachute was on tethered observation balloons in World War I.
On 21 June 1913, Georgia Broadwick became the fi rst woman to parachute
jump from a moving aircraft.
The women’s cooperation also created a seemingly impossible reality;
they made a delicate object that defi ed gravity to support the weight of a human body in mid air.
Movie star Betty Grable set a patriotic example by auctioning her nylon stockings for war purposes. They earned $40,000.
The Apollo 15 spacecraft landed safely despite a parachute failure.
On November 24, 1971 was recorded the only case of skyjacker on USA territory that remained unscathed by FBI. The thief, jumped with a parachute from a Boeing 727 with 200,000 USD. He hasn’t been found since.

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Regan Wheat, They Made a Delicate Object that Defied Gravity, 2012

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Regan Wheat, They Made a Delicate Object that Defied Gravity, 2012

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Regan Wheat, They Made a Delicate Object that Defied Gravity, 2012

Virginia Zanetti

Studio primo per l’estasi nel paesaggio/ Dispositivo a terra, 2013

Installazione di creta, dimensioni variabili
Installazione video, in collaborazione con Matteo Innocenti, formato HD, durata 18’34”

“Già sei penne aveva raccolto nell’erba, lisciandole con le dita, premendovi sopra con le labbra, per sentir la morbidezza rilucente della piuma, allorché vide scintillare nel bel mezzo della collina, uno stagno argenteo, misterioso al pari del lago in cui il sire Bedivere aveva gettato la spada di re Artù. Una penna ancora tremolò nell’aria, cadde nel mezzo di uno stagno. Allora, una strana estasi invase Orlando. L’assalì uno strano impulso di seguire gli uccelli sino all’estremo limitar del mondo, di gettarsi sull’erba molle come una spugna, e là bere l’oblio, mentre sul suo capo i corvi gracchiavano la loro rauca risata. Affrettò il passo; corse, si incespicò; le due radici d’erica le trattennero il piede, ed ella cadde, lunga, distesa a terra. S’era spezzata la caviglia. Non poté rialzarsi, ma provava un gran benessere, nel giacere così. Il profumo dell’erica e della mortella le invadeva le nari. La rauca risata delle cornacchie le accarezzava l’orecchio. “Ho trovato l’anima gemella.” Mormorò. “è la landa. Io sono sposa della Natura,” sussurrò, abbandonandosi rapita al gelido abbraccio dell’erba, tra le pieghe del suo mantello, nel fosso vicino allo stagno”. “Qui voglio giacere. (Una penna le sfiorò la fronte). Ho trovato una corona più verde del lauro, che manterrà sempre fresca la mia fronte. E queste penne di uccelli selvatici – gufi, civette – mi faranno sognar sogni selvatici. “Le mie mani non porteranno anello nuziale, “continuò sfilandosi dal dito l’anello. “Le radici le cingeranno. Ah!” sospirò, affondando voluttuosamente la testa nel guanciale spugnoso.” Per tanti secoli ho cercato la felicità senza trovarla; la gloria senza afferrarla; l’amore senza conoscerlo; la vita ….ahimè, meglio la morte. Tanti uomini e tante donne ho conosciuto e non ho compreso nessuno. Meglio le mille volte giacere qui in pace, col cielo per tetto; così tanti anni or sono mi insegnava lo zingaro. Era in Turchia..”

Virginia Woolf, Orlando, 1928

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Virginia Zanetti, Studio primo per l’estasi nel paesaggio/ Dispositivo a terra, 2013

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Virginia Zanetti, Studio primo per l’estasi nel paesaggio/ Dispositivo a terra, 2013

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Virginia Zanetti, Studio primo per l’estasi nel paesaggio/ Dispositivo a terra, 2013

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Virginia Zanetti, Studio primo per l’estasi nel paesaggio/ Dispositivo a terra, 2013

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Virginia Zanetti, Studio primo per l’estasi nel paesaggio/ Dispositivo a terra, 2013

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Virginia Zanetti, Studio primo per l’estasi nel paesaggio/ Dispositivo a terra, 2013

Stefania Zocco

La sicurezza non è mai troppa – Esercizi, 2013

I miei diari di viaggio sono appunti visivi di coordinate specifiche, per me indispensabili.
Quest’ultimo diario parla di un viaggio a ritroso nel tempo, dove ho delineato la maggior parte dei lembi di territorio dove ho vissuto, che emergono da punti di riferimento personali, come ad esempio -29 Russel road, casa di Penelope-, che diventa al tempo stesso un riferimento personale quanto specifico per chiunque, riconoscibile e raggiungibile da tutti. Questo diario è stato al contempo accompagnato dal disegno di un cerchio del diametro di 6 metri realizzato sul territorio di Filandia. La modalità scelta per la realizzazione è stata la passeggiata. Ogni mattina, durante la residenza, ho percorso per circa un’ora a piedi il cerchio dopo essermi agganciata con imbracatura e fune al centro di esso. Esercizi di definizione dello spazio, al fine di non ritrovarsi sperduti.

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Stefania Zocco, La sicurezza non è mai troppa – Esercizi, 2013

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Stefania Zocco, La sicurezza non è mai troppa – Esercizi, 2013

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Stefania Zocco, La sicurezza non è mai troppa – Esercizi, 2013

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Stefania Zocco, La sicurezza non è mai troppa – Esercizi, 2013

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Stefania Zocco, La sicurezza non è mai troppa – Esercizi, 2013

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Stefania Zocco, La sicurezza non è mai troppa – Esercizi, 2013

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Stefania Zocco, La sicurezza non è mai troppa – Esercizi, 2013

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Stefania Zocco, La sicurezza non è mai troppa – Esercizi, 2013

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Stefania Zocco, La sicurezza non è mai troppa – Esercizi, 2013